11/12/17

DAI PRESIDI DEL 24 NOVEMBRE PER NADIA LIOCE ALL'AVANZAMENTO DELLA CAMPAGNA LANCIATA DAL MFPR

Il 24 a L'Aquila ai presidi, organizzati dal Mfpr, davanti al Tribunale e al carcere, in solidarietà con Nadia Lioce, sono state presenti decine e decine di realtà dal nord al sud, alcune di queste erano per la prima volta a L'Aquila. Grazie a questa partecipazione e alla determinazione delle compagne e compagni presenti sono stati rotti i divieti della polizia, della Digos, che pretendeva di confinare il presidio lontano centinaia di metri dal Tribunale e negare il presidio al carcere.
Siamo riusciti a far sentire il grido di "libertà" anche nell'aula grigia del Tribunale.
Il 25 novembre, poi, l'Mfpr ha portato la battaglia per Nadia Lioce, nella grande manifestazione di oltre 100mila donne a Roma, facendo conoscere e diventare di massa questa questione fortemente discriminante.

Dobbiamo essere orgogliose, orgogliosi di tutto questo. La giusta battaglia, in difesa delle condizioni di vita dei prigionieri politici rivoluzionari e, in particolare per Nadia Lioce, unica donna da 12 anni in regime del 41bis, contro la "tortura bianca" del 41bis, si impone, ha conquistato, attraverso una vasta campagna nazionale, i presidi precedenti e  la massiccia raccolta di firme, migliaia di donne,
giovani, intellettuali, democratici coerenti, rivoluzionari, ecc; ha fatto diventare la questione della solidarietà e della libertà dei prigionieri politici un fatto di massa, facendola uscire dai ristretti ambiti di ceti politici, e ha posto all'odg la necessità della lotta continua e dovunque contro lo Stato borghese, lo Stato di polizia, la legittimità della lotta rivoluzionaria contro questo sistema sempre più di moderno fascismo.

Un utile aiuto in tutto questo viene dalla dichiarazione presentata dalla stessa Nadia Lioce al processo. Essa rafforza l'analisi/denuncia dettagliata di cosa è, come viene applicato e a chi in realtà viene applicata e perchè la "tortura" del 41bis verso i prigionieri politici rivoluzionari.

COME PROSEGUIRE ORA?
Dobbiamo fare passi avanti nella campagna.
Vogliamo ora mettere al centro una nuova parola d'ordine: "DALL'APPELLO, DALLE FIRME ALLE ASSEMBLEE"
Cioè, dandoci tempi adeguati, intendiamo proporre a chi ha sostenuto l'appello, con firme, e soprattutto con messaggi, di organizzare insieme a noi assemblee nei propri territori, affinchè si dia una base più estesa di massa, visibile alla campagna per Nadia Lioce. Assemblee per spiegare ai lavoratori, ai giovani, alle realtà di movimento locali, alle donne in lotta contro le violenze reazionarie di questo sistema sociale, la vicenda Nadia Lioce e dei prigionieri politici rivoluzionari, interna all'azione repressiva violenta dello Stato; per denunciare (avvalendoci del testo di Nadia Lioce) cosa è realmente il 41bis; per chiamare alla solidarietà in varie forme, raccogliendo vari contributi.
Attraverso questo percorso vogliamo arrivare alla prossima udienza in maggio del processo a Nadia Lioce, per essere tante e tanti di più.

MFPR

17 novembre a Milano, presentazione opuscolo "Le donne nella rivoluzione bolscevica"


Sui presidi del 24 novembre a L'Aquila dalle Ribelle di Panetteria occupata e dalla Campagna Pagine contro la tortura

Di seguito comunicato di solidarietà dalle Ribelle di panetta e più avanti di Campagna Pagine contro la tortura. In calce lo scritto di Nadia Lioce

'Come Collettivo Ribelle della Panetteria Occupata di Milano ribadiamo con forza il carattere repressivo, disumano e abominevole del regime di 41 bis. Come compagne anticapitaliste, antimperialiste, antifasciste ed antisessiste siamo contrarie all'annientamento della dignità umana, sociale e politica di chiunque fuori o dentro le galere. A maggior ragione siamo vicine a chi nelle carceri lotta per il miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri e contro il regime di 41 bis.
Appoggiamo quindi iniziative come il presidio dell'Aquila del 24 novembre che danno voce a chi lotta contro la tortura.
Esprimiamo in particolare tutta la nostra solidarietà alla compagna Nadia Lioce, unica donna politica sottoposta al regime di 41 bis, nella convinzione che la lotta contro il 41 bis appartenga a tutte e a tutti.
Un abbraccio resistente a Nadia e a tutti coloro che lottano contro le ingiustizie!

Collettivo Ribelle – Panetteria Occupata Milano'

COSA CI STANNO FACENDO

L'AQUILA, 24 NOVEMBRE: UNA GIORNATA DI LOTTA!



La mobilitazione dello scorso 24 novembre a L'Aquila, in occasione di un processo alla prigioniera delle BR-PCC Nadia Lioce, era inserita in un percorso di lotta anti-carceraria; tale percorso individua il regime di 41bis come l'apice, la punta di diamante del sistema di repressione italiano, nonché “scuola” per le amministrazioni penitenziarie di tutti gli stati occidentali e non solo (pensiamo ad esempio alla Turchia).



Come campagna “pagine contro la tortura” nell'ultimo anno e mezzo, e come compagni e compagne contro il carcere, da una decina di anni a questa parte, abbiamo lanciato a più riprese diversi appuntamenti nel capoluogo abruzzese, proprio per la presenza in quel territorio del supercarcere che rinchiude oltre 100 persone, quasi tutte ristrette in 41bis.



Lo scorso 24 novembre ci siamo così recate/i a L'Aquila da differenti parti della penisola individuando nel processo a Nadia una doppia occasione: poter solidarizzare con lei, accusata per una serie di proteste contro le condizioni di detenzione, attuate per mezzo di battiture, e per  ribadire che il 41bis, regime detentivo cui la compagna è sottoposta da 12 anni, è tortura.



Di fronte all’entrata del tribunale, un presidio con striscioni e volantini è stato partecipato da decine di solidali, mentre una cinquantina di persone hanno preteso, con necessaria determinazione, di poter essere presenti in aula; e così è stato.

Per molti/e era la prima volta che ci si trovava a un processo con l'imputata in videoconferenza, prassi obbligata per chi come Nadia si trova in 41bis, ma negli anni estesa anche ad altra “tipologia” di detenuti/e.

La videoconferenza è solo un esempio di come ciò che viene normato per la detenzione speciale, diventi poi “normale”, “di normale amministrazione” appunto, quindi “accettabile”, così da poter passare agli altri circuiti del sistema carcerario con una certa, supposta, legittimità.

Insomma, noi dall'altra parte dello schermo abbiamo potuto, per ora, solo immaginare cosa possa significare essere privati della possibilità di scambiare qualche sguardo complice con i propri affetti, sentire da vicino la solidarietà di chi è presente in aula, confrontarsi simultaneamente e non per interposta persona con i propri avvocati, eventualmente intervenire rispetto alle cose che vengono dette nel processo che si sta subendo... Proprio in questa udienza, che ha visto la partecipazione di un'ispettrice dei G.O.M. (reparti “specializzati” della polizia penitenziaria operativi nelle sezioni del 41bis) come testimone dei fatti imputati alla compagna, è stato particolarmente difficile non esprimere sdegno. La naturalezza con cui questa guardia riferiva le condizioni di detenzione (leggere: di annientamento psico-fisico) all'interno delle sezioni a 41bis, imposte dalle regole scritte sull'ordinamento penitenziario, e che lei “doveva” rendere esecutive, era di-sar-man-te: se c'è scritto che vanno fatte 3 perquisizioni al giorno, si fanno 3 perquisizioni al giorno. Punto. Se vige il divieto assoluto di comunicare tra detenute, la diretta conseguenza anche solo di un cenno della testa o di uno sguardo è il rapporto disciplinare. E così via. Candidamente.



D'altra parte, il dato rilevante di questa udienza, e che in qualche modo segna una novità, è stata la presa di parola da parte di Nadia, che ha presentato alla corte un documento di una decina di pagine in cui ha ritenuto necessario ripercorrere i passaggi della detenzione speciale, dall'art.90 al 41bis, descrivendo la natura vessatoria delle condizioni cui si pretende di sottoporre i detenuti e le detenute in 41bis, contestualizzandole e rendendo chiaro quanto grottesche possano risultare le accuse a lei rivolte in questo processo. È un documento prezioso e ci sembra evidente che quella sollevata dalla compagna sia una questione di principio, posta con la presentazione di questo testo come memoria processuale, così da farlo giungere all'esterno, tra le mani di noi tutti/e. Nella memoria appunto, che pubblichiamo in fondo a questo testo, Nadia ci consegna la testimonianza diretta di ciò che ci stanno facendo. E tutte/i noi abbiamo la responsabilità di farne a nostra volta memoria. Memoria viva, perché ciò che stanno facendo a oltre 700 persone sottoposte in Italia al cosiddetto carcere duro, è ciò che potrebbe in un modo o nell'altro riguardarne molte altre. I paletti della legalità sono nelle mani dello stato, e dove vengano di volta in volta piantati dipende dal terreno fertile che trovano. Una parte in campo spetta sicuramente a chi ritiene di non potere e volere accettare in silenzio la tortura dell'isolamento, così come le condizioni di sfruttamento, imposte, torniamo a dire, candidamente dagli stati. Che questo terreno diventi quarzo!



Possiamo senz'altro dire che non sia stato il silenzio a caratterizzare la giornata del 24: arrivati al momento del rinvio alla successiva udienza, fissata per il 4 maggio 2018, grida e cori si sono alzati dalle file dei/delle solidali in aula, è stato aperto uno striscione con su scritto 41BIS = TORTURA, qualcuno ne ha sottolineato il significato con un discorso estemporaneo... Nel frattempo il giudice faceva sgomberare l'aula, ma l'udienza era già finita e il corteo di solidali, con lo striscione alla testa, lasciava il tribunale raggiungendo il presidio all'esterno.

Di fatto non sappiamo se le nostre grida siano giunte fino a Nadia, il cui collegamento audio potrebbe essere stato prontamente interrotto; d'altra parte questo dispositivo fa parte del meccanismo perverso di annientamento pianificato ed applicato.

Lasciato il tribunale in un'ottantina ci si è diretti al carcere dove, con un presidio ricco di interventi a microfono aperto si è cercato di raccontare la giornata, rompere la monotonia della vita internata e mandare un messaggio di solidarietà a Nadia e a tutti i detenuti e le detenute che non abbassano la testa.



Di fronte all'abominio possiamo alzare le spalle in un gesto di rassegnazione e girare la testa dall'altra parte, oppure guardare dritto in avanti e rimboccarci le maniche! Quest'ultima la nostra scelta!





1° Dicembre 2017



CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”




Di seguito la memoria processuale di Nadia:



Al Tribunale Penale de L'Aquila



Leggi il documento on line o scaricalo per la stampa.

Una mattina mi son svegliata, I muri della scuola erano imbrattati dai manifesti della lurida feccia fascista. Ci siamo rimboccate le maniche, abbiamo ripulito tutto e...siamo state portate in caserma per questo!

Napoli - Ci si è svegliati con le nostre scuole imbrattate da luridi  manifesti della feccia fascista. Immediatamente le studentesse dell'area Flegrea hanno ripulito la loro scuola, fin quando sono state fermate e portate in commissariato da una volante di Polizia. Chi ripulisce le scuole da imbrattamenti fascisti viene fermato e portato in caserma, come capita a Camilla e Samuela???

Solidarietà alle studentesse napoletane! L'Antifascismo minitante ci riguarda tutte!



07/12/17

Dal memoriale di Nadia Lioce

La lotta di Nadia Lioce e la campagna di massa del MFPR e di Pagine contro la tortura hanno rotto il muro di silenzio intorno alle reali condizioni di detenzione delle donne rinchiuse in 41 bis nel carcere dell'Aquila. L'isolamento assoluto, i soprusi continui, il divieto di parlare e di protestare sono solo il vertice della piramide repressiva che mira a schiacciare la solidarietà di genere e di classe intorno alle prigioniere politiche. Questa piramide dobbiamo erodere, dal basso, come solo può fare una vera marea!
Con lo striscione LIBERTA' PER NADIA LIOCE abbiamo contaminato la marea delle donne presenti in piazza il 25 novembre. "Nadia c'è" si leggeva in un cartello dietro a quello striscione. Bene, ora vogliamo che quel cartello e quello striscione attraversino le piazze e le assemblee di tutti i territori dove la nostra campagna è arrivata. Ma per farlo è bene ripartire proprio dalla lettura del memoriale di Nadia Lioce, depositato il 24 novembre al Tribunale dell'Aquila in occasione del processo che la vede imputata per "disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale".
Qui proponiamo uno stralcio del memoriale di Nadia, pubblicato su Il Dubbio del 30 novembre 2017.
Il memoriale completo è disponibile anche su questo blog

"41bis: vietato dire buongiorno, colloqui limitati e costrette a denudarsi"



Il Dubbio, 30 novembre 2017

Nel memoriale dell'ex Br Nadia Lioce le condizioni di vita al 41bis, i divieti totali, le misure disciplinari, la riduzione dei colloqui, dei quaderni, dei libri, delle sigarette. e la proibizione assoluta di rivolgere la parola agli altri detenuti.
Pubblichiamo alcuni passi della memoria scritta da Nadia Lioce in cui descrive le condizioni di vita in regime di 41bis. Nadia Lioce è l'esponente delle nuove Br che fu arrestata nel 2003 dopo uno scontro a fuoco nel quale morì un agente della Polfer. È stata successivamente condannata all'ergastolo per gli omicidi D'Antona e Biagi.
Il testo di questo memoriale è stato depositato dai suoi legali nel corso dell'udienza che si è tenuta lo scorso 24 novembre davanti al Tribunale dell'Aquila chiamato a pronunciarsi sulla denuncia per "disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale". Dopo una lunga serie di misure restrittive che avevano portato alla drastica riduzione del numero dei libri, quaderni e documenti tenuti in cella, Lioce aveva dato vita ad una serie di proteste battendo con una bottiglietta di plastica sul blindato delle propria camera detentiva.

La parola segregata - Non un "buongiorno" può essere scambiato. Così come effettivamente disposto dalla direzione dell'istituto de L'Aquila in data 6 novembre 2016. Un divieto di scambio di saluto tra detenuti presenti all'interno di una medesima sezione, che in concreto interruppe questa sopravvissuta tradizione e che è una delle espressioni, materializzate, di quella ambiguità aleggiante sulle regole del 41bis, che si genera tra disposizioni di legge, disposizioni del decreto di 41bis, apparentemente a raggio di azione circoscritto; e contenuti di giurisprudenza costituzionale (esempio: sent. C. Cost. 122/2017) che, dagli asseriti legittimi limiti alla comunicazione dei detenuti appare escludere, e con un argomento pesante quale quello dell'inviolabilità della persona, la possibilità di precludere comunicazioni tra detenuti compresenti in una sezione, in quanto argomenta di limitazioni alla facoltà dei detenuti di intrattenere colloqui diretti con persone esterne all'ambiente carcerario. Uno slittamento che pare essere potuto avvenire in una condizione generale formata da una reiterazione di rappresentazioni pubbliche del carcere come un "santuario", ovvero luogo in cui chi vi si trovi è invulnerabile, incontrollabile e incoercibile, opposte alla realtà della prigione, in cui le libertà sono a priori residue, e chi vi è rinchiuso è "coatto", che hanno sollecitato un'aspettativa pubblica giustificante le scelte politiche alla base della legiferazione.
In ogni caso, ricostruendo gli avvenimenti, "la parola" segregata fu in realtà introdotta già da una circolare ministeriale nell'agosto 2008, cioè circa 10 anni fa, plausibilmente come sperimentazione della successiva introduzione legislativa. La "parola", ovvero quella facoltà innata del genere umano che storicamente presso un po' tutte le civiltà ne tipicizza la dignità rispetto alle altre specie animali, viene criminalizzata in se stessa.
Verso il detenuto in 41bis che non si auto-inibisse, lo è dal 2008 in poi con la sanzione disciplinare, sebbene non prevista come indisciplina specifica dall'ordinamento penitenziario né dal regolamento di esecuzione almeno fino al settembre 2017, ma, si presume, suscettibile di sanzione in quanto inosservanza di un ordine. Ma verso chiunque altro "consentisse" al detenuto in 41bis di "comunicare" con "l'esterno" (presumibilmente anche del gruppo) - dal personale penitenziario, all'avvocato, al familiare, a chiunque solidarizza previsione legislativa del 2009 è l'incriminazione penale. E tenuto conto che "verba volant", che significa che le parole non hanno consistenza materiale, né in se stesse potenzialità di effetti materiali, intorno a questa criminalizzazione è venuto a formarsi un grumo antigiuridico potenzialmente ad alto tasso di criminogenità, potendo chiunque essere accusato di qualunque cosa.
Questa innovazione legislativa, insieme a quella che andava a creare un regime speciale per il diritto di difesa del detenuto in 41bis limitandone le ore di colloquio e la durata delle telefonate (ne- anni arrivate alla consulta e dichiarate incostituzionali) e insieme centralizzazione presso un unico Tribunale di Sorveglianza - quello territoriale del Ministero decretante la misura- dei reclami contro i decreti di 41bis, andarono ad integrare il nuovo paradigma del "carcere duro". Un paradigma la cui specificità rispetto al precedente è la capacità di proiezione di conseguenze a largo raggio, molto oltre l'ambito dei suoi "ristretti" o dell'intera popolazione detenuta, venendo ad incidere sul ruolo e sull'operatività di tutta la Magistratura di Sorveglianza.
Il regolamento emendato - Fino al 2005, la sezione 41bis femminile era quella di Rebibbia, a Roma, dove le restrizioni applicate erano quelle di legge e generali, e il personale penitenziario era ordinario. Quella sezione nel 2009 chiuse. In quella aquilana, aperta nell'ottobre 2005, per applicare il "massimo rigore" fu adottato l'espediente di elaborare ed affiggere nella saletta della sezione un regolamento apposito per la sezione, che voleva dare l'impressione che, data la peculiarità di genere della sezione, essendo femminile in un carcere esclusivamente maschile, ne servisse uno apposta, altrimenti esisteva un regolamento di istituto che era vigente a tutti gli effetti.
In realtà, quando nel 2006 fu chiesto di poter acquisire il regolamento d'istituto - tutti gli istituti devono averne uno - non fu opposto un diniego, non sarebbe stato giustificabile, ma fu affissa una copia del regolamento mancante di alcune pagine iniziali e anche al suo interno. Se ne dovette perciò reclamare l'affissione nella sua interezza al Magistrato di sorveglianza. E infatti così fu fatto quando il magistrato lo ordinò. Allora si poté scoprire che, quelle mancanti, erano pagine concernenti modalità di perquisizione personale, quantità e generi alimentari, di vestiario e altro, detenibili in cella. Ambiti in cui la prassi nella sezione femminile non osservava il regolamento a scapito delle detenute, fino a quel momento ancora poco esperte.
La sottoscritta farà alcuni esempio pratici: le "perquisizioni personali con denudamento" venivano fatte con denudamento integrale nonostante il regolamento d'istituto prescrivesse che il detenuto restasse con gli indumenti intimi. Un altro esempio: il regolamento d'istituto prevedeva che in cella si potessero detenere 10 pacchetti di sigarette. Quello di sezione non contemplava l'argomento, sicché la quantità detenibile veniva comunicata oralmente. Diventarono 8, poi 6, poi 4. E il momento della decisione di ridurre da 8 a 6 ecc. era quello in cui nel corso della perquisizione della cella, a quel tempo settimanale, se ne trovavano 7, poi 5 e così via. Alla detenuta veniva contestata la detenzione di un "eccesso", alla previsa e scontata rimostranza, la prima volta c'era l'avvertimento, la seconda il rapporto disciplinare. E così per ogni variazione in senso restrittivo che potesse/ volesse essere inventata. A quel tempo, fino a tutto il 2009, era un metodo, poi è diventato periodico, mentre, più in generale, anche sui generi detenibili in cella il dipartimento ha sussunto molte delle potestà prima in capo, almeno formalmente, ai direttori.

06/12/17

Reintegrate la mamma licenziata”, i dipendenti Ikea di Corsico in sciopero

La rabbia dei colleghi della donna: «Ci trattano come mobili da smontare e rimontare»
I dipendenti di Corsico hanno esibito cartelli con su scritto «Pessima Ikea»
«Ci trattano come mobili da smontare e rimontare. Per loro siamo solo numeri senza diritti». Davanti allo stabilimento Ikea di Corsico alle porte di Milano sono in più di 200. Hanno le bandiere del sindacato e pure dei Cobas. Cartelli con su scritto «Pessima Ikea» e tanta rabbia in corpo. Sono qui a protestare per il licenziamento dopo 17 anni di lavoro di una loro collega, Marica Ricutti, mamma separata e con 2 figli di cui uno disabile, che non sarebbe riuscita a garantire i turni di lavoro dovendo accudire i figli. Al presidio c’è anche lei in un mare di lacrime: «Vi ringrazio tutti. A questa azienda ho dato la vita. Ho avuto un problema. Non ho mai chiesto privilegi ma solo un aiuto. Tutti noi vogliamo lavorare ma al di là del lavoro abbiamo una vita che vogliamo tenere in considerazione».
Della sua vicenda si occuperà la magistratura del lavoro. Ma le proteste tra chi lavora nel colosso multinazionale svedese sono continue. «I nostri turni di lavoro sono regolati da algoritmi. Non siamo più uomini e donne. Solo numeri», giura una signora assai battagliera in mezzo a chi ha aderito a questa fermata tra i 450 dipendenti dello store di Corsico.
Da Ikea replicano che lo sciopero non sarebbe andato poi così bene ma è il solito balletto di numeri, visto che secondo la Cgil l’adesione all’agitazione è stata del 70%. Numeri che contesta il colosso svedese: «Nelle sedi milanesi di Ikea su 1407 dipendenti in 47 hanno aderito allo sciopero». Ma si sa che in altri store come a Sesto Fiorentino in Toscana altri lavoratori hanno incrociato le braccia in solidarietà con Marica e con un loro collega barese licenziato per essere rientrato con 5 minuti di ritardo dalla pausa pranzo. Da Ikea minimizzano poi sull’utilizzo dell’algoritmo per stabilire i turni di lavoro: «Smitizziamo questa storia dell’algoritmo. È impensabile che nel 2017 si possano ancora fare a mano i turni di 6500 persone. La prassi dei cambi di turno tra colleghi concordati con i responsabili è normale. A Corsico dove ci sono 450 dipendenti si registrano circa 1800 cambi turni al mese».
Flessibilità è la parola d’ordine nella logistica e nel commercio su grande scala, le catene di montaggio del Terzo Millennio. Ma la modernità del lavoro ha le sue vittime anche tra i dirigenti. Francesca ha 25 anni di Ikea alle spalle. Da addetta alle vendite è salita nella catena di comando fino a diventare responsabile del reparto mobili, uno dei punti nevralgici del colosso svedese: «Prima mi hanno trasferito a Napoli e poi a Bari. Non volevo ma ho accettato per spirito di servizio. Quest’estate mi hanno annunciato il licenziamento a causa di una ristrutturazione aziendale. È stato umiliante perchè mi hanno chiesto di uscire dal negozio mentre ero in servizio. Mi hanno offerto una buona uscita ma ho rifiutato. Erano disposti a tenermi solo se mi fossi spostata a Cagliari con un contratto part time di 20 ore e 3 livelli in meno di retribuzione». Anche lei si è rivolta a un giudice in questo mondo del lavoro che cambia. E sempre in peggio ricorda Massimo Bonini il segretario della Camera del Lavoro di Milano: «Se vogliono le aziende 4.0 devono garantire anche diritti 4.0. Il lavoro con le nuove forme contrattuali degli ultimi anni è stato completamente dimenticato dalla politica e questi sono i risultati».

05/12/17

Taranto - Ennesimo processo a chi lotta per il lavoro

Domani 6 dicembre 2017 vi è l'udienza per un ennesimo processo relativo a fatti del giugno 2011, in cui era in corso la forte lotta dei Disoccupati Organizzati dello Slai cobas sc., con in prima fila e agguerrite le donne.
18 donne e uomini, compagne e compagni dello Slai cobas sono imputati di riunione non autorizzata a Comune e Amiu, interruzione mezzi Amiu, danneggiamento portone Comune (allora sempre chiuso...).

Una lotta giusta  necessaria, in cui la determinazione, il coraggio delle disoccupate e disoccupati, di fronte ai vari tentativi di spegnerla con la repressione o con la divisione, vinse e portò a parziali risultati di occupazione - nella raccolta differenziata e poi nella Pasquinelli, in vari appalti comunali della Coop L'Ancora, ecc.

Ma nonostante siano passati 6 anni e mezzo, quella lotta deve essere repressa, anche come monito, minaccia verso altri disoccupati e lavoratori.

E ancora una volta a Taranto assistiamo ad una (in)Giustizia che mentre assolve "egregi" imputati del processo Ilva (vedi il parroco dei Tamburi), mentre non dà ancora giustizia per malati e morti sul lavoro e da inquinamento; vuole condannare chi a Taranto lotta per il lavoro, per i diritti - alcuni delle disoccupate in lotta e imputati sono dei quartieri inquinati Tamburi e Paolo VI.

NOI DOMANI SAREMO IN TRIBUNALE A GRIDARE LA NOSTRA GIUSTIZIA!

LAVORATRICI E DISOCCUPATE SLAI COBAS per il sindacato di classe

04/12/17

Intervista all'Avv.ta di Nadia Lioce - Continuare e elevare la solidarietà a Nadia Lioce e a tutti i prigionieri politici, con una mobilitazione di massa estesa a tutti i sinceri democratici. info mfpr.naz@gmail.com

Il "corto circuito" della solidarietà a Nadia Lioce può essere rotto solo dalla mobilitazione di massa e dalla conoscenza reale delle condizioni di detenzione e vessazione cui è sottoposta. Ricordiamo che le stesse "motivazioni" addotte dal Ministero per negare la revoca del 41 bis a Nadia Lioce, furono addotte dallo Stato per Diana Blefari prima di spingerla al suicidio! Nadia è forte e reagisce, ma noi non possiamo ignorare il suo urlo di protesta.
Passiamo quindi dall'appello alle assemblee! Dal virtuale al reale per concretizzare e rendere più visibile e sonoro quel grido! Ma per fare ciò è necessario riprendere nelle proprie mani, concretamente, la vicenda emblematica di Nadia Lioce. Una storia che ancora dobbiamo scrivere e che è interna all'azione repressiva dello Stato sulla classe sfruttata. Una storia che si regge sulla scienza e la conoscenza, non su dogmi, bufale e inquisizioni! Consigliamo pertanto la lettura del documento di Nadia Lioce, depositato al Tribunale penale di L'Aquila il 24/11/2017, l'articolo di Paolo Persichetti del 14/11/2017 e lo stralcio di intervista a Caterina Calia, che riproponiamo, qui sotto, trascritto.

Dall'intervista di Pagine contro la tortura a Caterina Calia (pubblicata il 17 novembre su https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/11/intervista-sul-41bis-caterina-calia):

P.c.t.: Sappiamo che tra i tuoi assistiti c'è anche la compagna Nadia Lioce, che è l'unica donna fra i tre compagni attualmente detenuti in 41 bis e la sezione in cui si trova è appunto quella all'interno del carcere dell'Aquila, che è anche l'unica in Italia, predisposta alla detenzione femminile in questo regime. Vista la natura segregativa del cosiddetto carcere duro, spesso circolano delle inesattezze relative alle reali condizioni di vita al suo interno, che potrebbero risultare fuorvianti. Dopo tutti questi anni di colloquio con Nadia tu puoi sicuramente riferirci con precisione la sua testimonianza diretta, proprio per l'esperienza da lei vissuta. Puoi parlarcene?
 

C.C.: Certo! Ci sono delle situazioni in cui gruppi di persone, che comunque hanno fatto delle attività contro il 41 bis, denunciato la tortura che rappresenta il regime del 41 bis e in alcuni casi si è parlato anche delle condizioni di Nadia Lioce, magari a volte dicendo e facendo passare delle notizie inesatte, perché magari erano notizie prese da internet, da fonti aperte, quali ad esempio le misure delle celle o cose di questo genere.
In realtà il problema del 41 bis non è legato agli spazi, perché forse, se noi abbiamo una panoramica complessiva sul carcere, vediamo che le condizioni di vivibilità in carcere sono ancora peggiori per i detenuti comuni, che sono ammucchiati in 6, anche 8 persone per cella, quindi con la possibilità quasi di non muoversi, insomma un’assenza di movimento quasi totale, a differenza del 41 bis, dove certamente non c'è il problema del sovraffollamento, ma c'è il problema dell'isolamento.
Quindi sicuramente la cella in cui vive Nadia è una cella assolutamente normale, anche con una finestra luminosa, perché poi spesso quando vanno le visite ispettive si limitano a guardare solo questo, anche quando per esempio ci sono le visite del comitato di prevenzione della tortura, si guarda se c'è una areazione abbastanza sufficiente, visto che le persone poi ci devono vivere per 22-23 ore al giorno.
Nel caso di Nadia posso confermare che lei vive in spazi che sono abbastanza vivibili da questo punto di vista, così come l'aria per esempio, un'area abbastanza grande, dove può fare ginnastica. Il problema vero è che tutto questo viene fatto nell'isolamento più totale e quindi si fa ginnastica per un'ora al giorno, si esce all'aria per un'ora al giorno, ma si esce in totale solitudine, senza la possibilità di interscambio con altre detenute.

P.c.t.: Da quanti anni Nadia vive questa condizione di 41 bis?

C.C.: Nadia è in 41 bis dal settembre 2005, quindi parliamo di 12 anni di isolamento praticamente assoluto. E’ detenuta dal 2003 ed effettivamente anche dal 2003 al 2005 è stata comunque in un regime di isolamento, nel senso che era classificata come detenuta AS2, è stata sempre detenuta in carceri dove non c'erano altre detenute appartenenti allo stesso circuito, quindi di fatto in isolamento, con la possibilità però di effettuare colloqui regolari, quindi quattro colloqui al mese.
Dal settembre 2005 le condizioni di vita naturalmente sono peggiorate perché ha potuto usufruire dei colloqui con la famiglia col vetro divisorio a tutta altezza, come previsto per i detenuti in 41 bis, nella misura inizialmente di due colloqui al mese perché il tribunale di sorveglianza, in quel caso era il tribunale territoriale di Firenze, aveva ritenuto che, trattandosi di prigioniera politica e non appartenente ad organizzazione di criminalità organizzata, non fosse la famiglia il veicolo di contatto verso l'esterno e quindi gli venivano comunque garantiti due colloqui al mese anziché uno. Successivamente il Ministero è intervenuto negando la possibilità ai tribunali di sorveglianza di poter differenziare queste posizioni e quindi anche per lei, così come per gli altri prigionieri politici e per tutti i detenuti in 41 bis, la regola è quella di un colloquio mensile della durata di un'ora, cumulabile in due ore soltanto se non si fanno colloqui per due o tre mesi di seguito.

P.c.t.: Ci spieghi cosa si intende per isolamento e per socialità, quando riferiamo questi due concetti al 41 bis?
 

C.C.: Prima ho detto una cosa inesatta, è vero che Nadia è in isolamento totale, ma in realtà lei potrebbe fare la socialità con un'altra detenuta. In 41 bis la socialità può essere fatta al massimo con 4 persone e cioè i detenuti in 41 bis passano 22 ore al giorno in cella, hanno la possibilità di uscire per due ore al giorno di cui un'ora all'aria e un'ora in una saletta che è detta della socialità, che una saletta spoglia, dove non c'è assolutamente nulla, al massimo un mazzo di carte e ci si può stare in quattro.
Ora generalmente nella costruzione di questi gruppi, se parliamo del carcere maschile, magari vengono inserite all'interno del gruppo persone che non hanno la possibilità di andare all'aria, per esempio perché sono in sedia rotelle e sono tantissime, pensiamo al carcere di Parma per esempio, dove ci sono tantissimi malati con patologie molto gravi che non vanno quasi mai all'aria, per cui anche se sono gruppi da quattro, di fatto magari sono in due le persone che vanno all'aria.
Per quanto riguarda invece il carcere dell'Aquila, è questa la particolarità: una sezione
dove sono attualmente 7 detenute, ma sono state in sezione anche quattro detenute, quindi si poteva benissimo organizzare il carcere, la vita carceraria, facendo sì che tutte e quattro le detenute potessero parlare tra di loro; ma evidentemente per una politica che è stata decisa, non so se direttamente dal DAP o dalla direzione del carcere, la socialità delle detenute a L’Aquila è prevista soltanto a gruppi di due.
Nadia ha rifiutato di entrare in un gruppo di socialità, intanto perché le detenute sono 7 e quindi di fatto una persona sarebbe rimasta fuori dai gruppi e comunque lei ha rifiutato di fare la socialità con la persona decisa dalla direzione perché in realtà questa avrebbe rappresentato un vincolo, nel senso che ogni volta che Nadia avesse deciso di fare una protesta per delle vessazioni che sono continue all'interno del carcere, ne avrebbe pagato le conseguenze anche l’altra detenuta, perché per quella rigidità, che è propria di questo regime, non è che l’altra detenuta sarebbe stata accorpata ad un altro gruppo di socialità, ma sarebbe rimasta in isolamento anche lei visto che Nadia, per una serie di proteste che ha fatto nel corso degli anni, è stata in isolamento anche per 2 anni continuativi (cioè sanzione disciplinare di 15 giorni, pausa di un giorno e di nuovo sanzione disciplinare di 15 giorni, per arrivare quasi a 2 anni di isolamento). Per questo
Nadia ha fatto la scelta di non essere vincolata, di non dover sentire, diciamo, la responsabilità dell'isolamento, del peggioramento delle condizioni di vita per l'altra compagna che faceva parte del gruppo e quindi non ha accettato di fare il gruppo con nessuno, per cui lei dice “io faccio gruppo da sola”.

P.c.t.: Quindi abbiamo detto il prossimo 24 novembre si svolgerà la terza udienza di questo processo che la vede imputata. Puoi dirci quali sono i motivi?

C.C.: I motivi sono molteplici, il motivo specifico per cui ha subito questa denuncia è il fatto che di fronte all'ennesima perquisizione dentro la cella, dove naturalmente le tue poche cose vengono buttate all'aria e in più sono perquisizioni che debordano e appaiono completamente gratuite, considerato che non hai rapporti con nessuno, non incontri nessuno, non puoi scambiare oggetti con nessuno, sei sempre sotto un controllo continuo e costante, per cui chiaramente non puoi detenere assolutamente nulla in cella tanto da dover essere sottoposta continuamente a perquisizioni, di fronte a l'ennesima perquisizione appunto, aveva preso una bottiglietta d'acqua vuota e aveva battuto contro il cancello della cella. Tutto questo avveniva alle 9:15 di mattina ed è stata accusata di aver disturbato la quiete delle detenute sottoposte al regime del 41 bis. Naturalmente nessuna detenuta si è lamentata di questa battitura, che è durata il tempo di un quarto d'ora, ma questa è stata interpretata dagli agenti della polizia penitenziaria come una forma di insubordinazione da parte della della detenuta e quindi è stata deferita all'autorità giudiziaria. Visto che nelle volte precedenti si erano limitati a infliggergli 15 giorni di isolamento e che in realtà poi non cambiava nulla perché lei è comunque in isolamento permanente, hanno pensato di rivolgersi all'autorità giudiziaria per cui il processo è per queste ragioni, per aver disturbato la quiete, per non dire la morte civile, delle detenute in 41 bis.

P.c.t.: Quindi da quanto ci dici sembra che da quelle sezioni non possa uscire alcuna testimonianza diretta, neanche appunto il suono di una protesta. Ci domandiamo se chi è rinchiuso/rinchiusa abbia il diritto alla parola…

C.C.
: A volte appunto la mia assistita dice proprio che nel suo caso e comunque nel caso dei detenuti in 41 bis, non sono segregate solo le persone ma è segregata addirittura la parola!
Se noi consideriamo che nell'arco di un anno lei fa colloqui con i familiari per un'ora al mese e quindi all'interno di questa ora lei parlerà per mezz'ora, abbiamo 6 ore in cui può articolare la parola. Altre 6 ore le possiamo aggiungere per i colloqui con i difensori e quindi parliamo di una persona che nell'arco di 365 giorni parla per neanche il tempo di una giornata, parla per 12 - 15 ore nell'arco di un anno.
Posso raccontare un aneddoto che Nadia mi ha raccontato, un episodio che è emblematico di come funziona il sistema del 41 bis. C'è il divieto assoluto di parlare con le altre detenute e quando passa il carrello del cibo, se tu devi dire “voglio un mestolo di pasta” o “un mestolo di minestrone” non lo puoi dire alla persona che ti deve versare il cibo nel piatto ma ti devi rivolgere all’agente della polizia penitenziaria, che poi a sua volta lo dirà alla detenuta e che poi dovrà interloquire nuovamente con l’agente della polizia penitenziaria. Quindi c'è questa sorta di triangolazione. Ovviamente lei rifiuta assolutamente questa spersonalizzazione, in cui sei ridotta peggio di un animale, e parla direttamente con la detenuta. In quel caso specifico la detenuta non aveva risposto, però ha avuto un rapporto disciplinare perché l'aveva guardata, quindi nonostante non avesse parlato.
Ecco, questa è la situazione concreta, che non ha nulla a che vedere né con la sicurezza all'interno dell'istituto e tanto meno con i rapporti verso l'esterno. Quindi è chiaro che di fronte a vessazioni che sono totalmente gratuite ed assurde ci sono le proteste che Nadia continua a mettere in campo, quelle che può opporre appunto, per sentirsi ancora una persona più che una prigioniera politica o una compagna insomma, perché lì emerge chiaramente come tutto il sistema del 41bis sia finalizzato all’annientamento psicofisico della persona.

P.c.t.: Parliamo di 41bis = tortura, puoi avvalorare questa affermazione portando degli esempi relativi alle condizioni di vita imposte da questo regime?


C.C.: Certo, il 41 bis è tortura perché è pensato, è strutturato, è costruito proprio a tal fine. Il 41-bis significa incidere concretamente su ogni minuto del tuo tempo, su ogni centimetro del tuo spazio e quindi significa non avere nessuna possibilità di autodeterminazione su nulla.
Prima siamo stati a discorrere su chi può fare la socialità in gruppi da 2 o chi la può fare in gruppi da 4, però ci abituiamo ormai a denunciare soltanto il fatto che si faccia socialità nel gruppo da due, come se invece potesse essere più legittimo se il gruppo fosse da 4 o da 5, senza considerare in realtà che quello che conta è che sono gruppi di persone che sono decise dall'amministrazione, quindi che non hanno assolutamente nulla in comune, anzi si evita tutto quello che è vita, storia, comune. Se si proviene dalla stessa regione si ha il piacere magari di mangiare un piatto di pasta della tua regione e non lo puoi fare, perché non puoi stare con persone che sono della tua regione e non puoi cucinare, perché il cibo è vietato.
Ed è vietato a un solo fine: il 41 bis è e deve essere pensato come tortura. Non si può cucinare perché è vero che non c'è nessun pericolo per l'ordine e la sicurezza (che sarebbe la ragione per cui invece dovrebbe essere posto un divieto) ma in realtà questo divieto viene utilizzato al contrario, cioè non ti faccio cucinare perché questo serve a ucciderti ogni giorno di più, perché il cibo, la socialità è vita, ma la socialità vera.
In realtà in questo caso noi parliamo di 41bis come isolamento permanente e illegale, cambia poco se quell’isolamento è rotto da un rapporto imposto dalla direzione, in cui tu puoi parlare esclusivamente con una persona al giorno, non importa cosa condividi o cosa non condividi con quella persona. E questo vale per tutto, vale per i libri, per la posta che viene censurata, per il divieto di scriversi con detenuti in 41 bis (che prima era totale, poi invece è stato riammesso il potersi scrivere tra detenuti in 41 bis che sono fratelli magari) e così via.
Dall’analisi di tutte le misure, adesso strettamente riportate in quel cosiddetto decalogo, si comprende quali sono le linee politiche che hanno portato al 41 bis. Nel decalogo c'è uno studio approfondito attraverso il 41 bis delle dinamiche anche dei gruppi di quattro e appena si crea un minimo di collante che può essere solidaristico - solidarietà che poi sappiamo è vietata perché ad esempio, se uno ha finito le sigarette non può chiedere una sigaretta all'altro compagno, pure del gruppo, perché è vietato il passaggio di qualsiasi oggetto - scatta la sanzione.

P.c.t.: Stai parlando dell'ultima circolare del DAP, quella del 2 ottobre?

C.C.
: Sì, sto parlando dell’ultima circolare del DAP, dove viene proprio regolamentato ogni oggetto che può entrare al 41 bis e quindi può entrare esclusivamente quello e in quella quantità. Ad esempio nel decalogo c'è uno dei fatti per cui Nadia ha protestato durante le varie proteste, rispetto a regole che considerava vessatorie. A L’Aquila c'è l'acqua buona che esce dal rubinetto della cella, ma tu per andare all'aria ti devi portare una bottiglietta d'acqua sigillata, che non ti viene passata dall'amministrazione, ma che devi comprare. Dopodiché quella bottiglietta d'acqua, se ne hai bevuto solo un sorso, l'indomani non te la puoi portare, te ne devi portare un'altra sigillata, nonostante all'aria ci sei solo tu e la bottiglietta. Ecco, questo è il 41 bis e credo che nessuno possa dire che non sia tortura. C'è soltanto una parvenza di legalità nello stabilire quei contenuti minimi, ad esempio della socialità in gruppi da 2 a 4, ma soltanto appunto per salvare l'apparenza della legalità di uno stato democratico. In realtà non è socialità quella, perché non c'è condivisione, non c'è autodeterminazione e c'è l’annichilimento di tutti i soggetti sottoposti al 41 bis.

P.c.t.: Quindi perché questo regime cessi, quali sono le condizioni dettate dallo Stato? Cioè cosa richiede in cambio lo Stato al detenuto o alla detenuta?

C.C.: Intanto bisogna ripartire dalla finalità del 41bis, almeno quella che secondo lo Stato è la finalità del 41bis, che è quella di impedire qualsiasi contatto con l'esterno, ma non con l'esterno in generale, con le organizzazioni di appartenenza. Naturalmente si esce dal 41 bis soltanto in due modi, quando si cessa di vivere o quando si collabora con lo Stato e quindi si accusano altre persone e si mettono, come diceva molto bene Musumeci, quando si mette qualcun altro al posto tuo.
Nel caso dei prigionieri politici io credo che si è andati anche oltre, perché che non ci sia un'organizzazione di appartenenza all'esterno è ben chiaro ed è chiaro anche per chi applica il regime del 41 bis alla detenzione politica. L'organizzazione Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista, le cosiddette nuove BR, di cui faceva parte Nadia, è stata sgominata totalmente nel 2003, quindi quando è stato applicato per la prima volta il 41 bis, era un'organizzazione che già non esisteva, è un'organizzazione che non esiste, ormai è accertato, da almeno 14 anni, tuttavia il regime viene applicato e reiterato attualmente ogni volta di due anni in due anni. Le è stato rinnovato proprio poco tempo fa, quindi siamo in attesa della fissazione dell'udienza.
In questo caso quello che vuole lo Stato in cambio non è neanche la collaborazione. Una collaborazione che di fatto sarebbe anche impossibile, perché non c'è nessuno da arrestare all'esterno. Quindi, così come non c'è un'organizzazione all'esterno e quindi non dovrebbe essere applicata una misura come il 41 bis, non c'è neanche questo che si vuole in cambio.
Si vuole in cambio l'annientamento totale del soggetto naturalmente, quindi l'abiura di quelle che sono state le sue scelte politiche, l'abiura proprio di quelle che sono le sue convinzioni ideologiche. Tant'è che lei stessa, quando abbiamo fatto l'ultimo reclamo del 41 bis, ha detto chiaramente, nel corso dell'udienza, che era un reclamo impossibile da accogliere perché lei era una comunista e quindi come tale sarebbe potuta rimanere a vita in 41 bis, perché non si modificano le condizioni di conflitto che hanno portato poi alle scelte che aveva fatto al tempo in cui le ha fatte, ma anche non si modifica comunque il suo essere e sentirsi comunista. Quindi diciamo le ragioni per cui viene applicato, nel caso di Nadia il 41 bis, sono ben esplicitate nel decreto impositivo, in cui si riconosce addirittura il fatto che non c'è più un'organizzazione di appartenenza, però si dice che c'è una situazione grave a livello sociale, c'è un conflitto sociale che può esplodere, addirittura si fa l'esempio della disoccupazione che aumenta, di tutte quelle che sono le condizioni di vita che  peggiorano per i proletari, per i lavoratori - anche se non si usano esattamente questi termini, ma il senso è questo - e soprattutto si dice che il fenomeno delle organizzazioni combattenti è anche un fenomeno ciclico, viene definito carsico, e quindi ineliminabile naturalmente in un tipo di società che è fondata sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.
Di fatto si crea un corto circuito, in cui non si chiede soltanto che ci sia un’abiura da parte dei prigionieri politici, ma praticamente dovrebbe esserci la morte anche all'esterno, tant'è che a Nadia viene rinnovato il 41 bis perché, si dice, ci sono anche attestati di solidarietà all'esterno, persone che lottano contro il 41 bis, che denunciano le condizioni di vita e di tortura dei detenuti sottoposti al 41 bis e quindi una eventuale revoca del 41 bis sarebbe un segnale rispetto all'esterno, dimostrerebbe in qualche modo che la lotta paga e quindi praticamente, paradossalmente, chiunque lotta contro il 41 bis, sembrerebbe quasi fare un danno a chi sta in 41 bis. Quindi automaticamente non viene revocato il 41 bis, perché sennò all'esterno la revoca potrebbe essere interpretata come una vittoria, la lotta fatta contro un regime di segregazione assoluta, qual è quella imposta col 41 bis.

DOMANI, PRESIDIO DI NUDM DI MILANO ALL'IKEA CORSICO, IN SOLIDARIETA' A MARICA

(dal comunicato di Nudm di Milano) 

Come Non Una Di Meno Milano abbiamo deciso di mobilitarci a sostegno di Marica, licenziata da Ikea Corsico perché avendo due figli di cui uno disabile e di cui occuparsi da sola, non poteva fare i turni di lavoro che l'azienda le aveva imposto.
Martedì è stato convocato un presidio di solidarietà davanti a Ikea Corsico, e noi abbiamo deciso di partecipare portando a Marica la lettera pubblica che abbiamo scritto per lei, e facendo convergere questa situazione con il nostro percorso di lotta e il nostro piano per combattere insieme contro la violenza di genere.
L'Usb oltre ad aderire al presidio ha proclamato sciopero intero turno di lavoro per le sedi Ikea di Corsico, Carugate e San Giuliano, sì da consentire la partecipazione massima a chi lavora. 

La lettera a Marica
Cara Marica, 
il tuo licenziamento ci ferisce, scatena la nostra rabbia ma purtroppo non ci stupisce.
Un anno fa abbiamo iniziato a incontrarci sia a Milano che in molte altre città in Italia  e sin dai primi momenti di analisi collettiva e condivisione di esperienze abbiamo colto uno degli aspetti più pervasivi nella vita delle donne: quello della violenza economica.
Condividendo vissuti e riflessioni a partire dalle nostre stesse condizioni di vita e lavoro, abbiamo  individuato il nesso stretto tra l’attuale sistema economico  e la violenza di genere; abbiamo  messo in luce come, in questo  ambito, la violenza di genere venga perpetuata creando sempre nuove forme di segmentazione e frammentazione del lavoro, di esclusione,  disoccupazione forzata, sfruttamento e impoverimento. 
Quello che ti  è stato ingiustamente contestato e che hai pagato con l’altissimo prezzo del  licenziamento riguarda uno degli aspetti fondamentali della cosiddetta “femminilizzazione del  lavoro“: la messa a disposizione incondizionata del proprio tempo di  vita.  
La femminilizzazione del lavoro e i suoi caratteri  fondativi (obbligo a una piena disponibilità del tempo, intermittenza e lavoro gratuito) caratterizzano oggi non solo la condizione delle donne nel mercato del lavoro, ma l’intero meccanismo galoppante di  precarizzazione e ricattabilità.
Ci troviamo in un Paese che lamenta costantemente il calo delle nascite, ma che allo stesso tempo taglia lo Stato Sociale, i servizi e diminuisce i fondi e le misure a sostegno della genitorialità e della cura.
Oggi sei tu a ricevere questo provvedimento ma domani potrebbero essere molte altre, potrebbe essere una di noi.
 Accade questo quando il tempo di cura dei e delle figlie, così come degli e delle anziane e dei e delle disabili, non solo ricade in via quasi esclusiva sulle donne, ma non è nè riconsociuto economicamente, nè valorizzato mettendolo al centro dell’organizzazione del lavoro.
 Abbiamo detto no di fronte alle molestie sul lavoro e lo ripetiamo riconoscendoci in ogni donna sfruttata, sottopagata, licenziata, destinataria di  provvedimenti disciplinari, in corsa rocambolesca contro il tempo per  riuscire a essere madre, donna, lavoratrice.
 Abbiamo deciso di  iniziare insieme un cammino rivoluzionario, abbiamo creato immaginari di  giustizia sociale, abbiamo scritto un piano femminista contro la  violenza di genere.  Vogliamo reddito di autodeterminazione, salario minimo europeo,  infrastrutture sociali, vogliamo che le pratiche di cura e di riproduzione diventino un valore condiviso e non un ennesima forma di sfruttamento, vogliamo politiche a sostegno della maternità per chi la sceglie e della genitorialità  condivisa. E le vogliamo per tutte, non una di meno.
In tutto questo nessuna deve rimanere indietro. Per rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il  mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra  le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove  reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie,  l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il  sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni  forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro.
Per questo abbiamo trasformato  il nostro no in together che sappia darci forza.
Oggi sei tu a  pagare il prezzo e noi ci schieriamo al tuo fianco: ti staremo  accanto nelle piazze e davanti a quei  cancelli  sino a quando non verrai riassunta e l’IKEA non chiederà pubblicamente scusa. 
 Ma sappiamo che è una società intera che deve cambiare!
 Se toccano una, toccano  tutte.  
 Se seminano violenza, raccoglieranno scioperi e tutta la nostra forza

 Non una di meno Milano

03/12/17

Stupratore scarcerato

A pochi giorni dalla grande manifestazione delle donne contro la violenza sessuale, uno stupratore in Puglia viene scarcerato...
LE LEGGI DI QUESTO STATO SONO UN BOOMERANG! Come hanno detto le compagne del Mfpr di Taranto a Roma: "Contro stupri e femminicidi, allo Stato borghese non deleghiamo, prendiamo la lotta nelle nostre mani!" -
Il 12 dic. alle ore 18 c/o Slai cobas assemblea pubblica: dal 25 novembre a dopo...

MFPR Taranto
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BARI - Ha subito una violenza da un suo paziente mentre era in servizio di guardia medica, ma per vergogna non ha deciso subito di denunciarlo e lo ha fatto solo nove mesi dopo, quando le persecuzioni e le minacce crescenti cui l’uomo la sottoponeva sono diventate insostenibili. Per la legge lo ha fatto troppo tardi (avrebbe dovuto farlo entro i sei mesi) e così il presunto aggressore, arrestato il 13 novembre scorso, non solo è stato scarcerato, ma non potrà nemmeno essere processato per la presunta violenza sessuale, perché il reato è divenuto improcedibile per querela tardiva. L’uomo, il 51enne Maurizio Zecca di origini campane e residente ad Acquaviva delle Fonti (Bari), resterà ai domiciliari con il braccialetto elettronico, e dovrà rispondere solo di stalking.
Vittima di questa vicenda è una dottoressa 47enne che nel settembre 2017 ha denunciato l’uomo per la presunta violenza e per stalking. Gli atti persecutori, messaggi, telefonate e persino minacce di morte, sarebbero iniziati nell’ottobre 2016 e avrebbero costretto nei mesi successivi il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro fino a quando, temendo per la propria incolumità, la donna ha deciso di rivolgersi alla polizia. Stando a quanto ricostruito dalla Procura di Bari, la dottoressa sarebbe stata vittima di «un’opera di lenta e crescente persecuzione», da parte dell’uomo che sarebbe arrivato «a maturare una vera e propria ossessione» nei suoi confronti.
A concedere i domiciliari al 51enne sono stati i giudici del Tribunale del Riesame in applicazione della legge che dispone il termine di sei mesi per la presentazione della querela per violenza sessuale...
Sulla vicenda è intervenuta anche Serafina Strano, la dottoressa violentata in un ambulatorio del Catanese il 19 settembre scorso. «E' una vergogna, è evidente che nella legislazione c'è un buco - Ha detto la collega delle vittima barese - Ed è terribile pensare a quello che sta passando, dopo quello che ha trascorso e subito, e che continua a subire. E rischia di non vedere processato l’indagato». «Le vittime di violenza sessuale hanno paura - ha concluso - E non possono essere lasciate sole»... La Procura di Bari sta ora valutando se impugnare il provvedimento di scarcerazione, magari ipotizzando un altro reato procedibile d’ufficio.

02/12/17

# IostoconGina - La solidarietà non è reato!

Solidarietà a Gina De Angeli, infermiera professionale, "colpevole" di solidarietà verso le lavoratrici della ditta di pulizie ex “Dussmann”. Nel video il presidio di solidarietà.



Processo a Rosella Dominici, l’attivista che ha aiutato i migranti...


Il MFPR esprime piena solidarietà a Rossella, denunciata per solidarietà dal sindaco di Ventimiglia e minacciata di stupro e di morte da fascioleghist*

di - 01 dicembre 2017
 
Imperia. “Non parlate con me, ma con i ragazzi che vivono sotto i ponti”. Lo ha dichiarato ai cronisti Rosella Dominici, l’attivista “no border” accusata di aver dato del “bastardo” al sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano, al termine dell’udienza che si è svolta questa mattina davanti al giudice monocratico Daniela Gamba.
La donna, accompagnata da una quarantina di attivisti che hanno assistito al processo, ha raccontato il perché di quella scritta, “bastardo”, risalente allo 30 settembre 2015, giorno dello sgombero coatto del presidio no borders ai Balzi Rossi, e per la quale il sindaco Ioculano l’ha denunciata per diffamazione aggravata, essendo l’ingiuria comparsa sul social network Facebook.
Difesa dagli avvocati Fazio e Vitale, Rosella Dominici ha parlato di quello che era il presidio “nato quando i primi migranti sono arrivati a Ventimiglia per passare la frontiera e trovando un muro invalicabile si sono rifugiati sugli scogli”. “Faceva molto caldo, lo ricordo come fosse oggi”, ha aggiunto la donna, “Non c’era altro da fare se non comprare acqua e cibo e portarlo ai migranti. Da quel momento è nata una solidarietà incredibile che ha visto il coinvolgimento di centinaia di persone fino al giorno dello sgombero. Il presidio ha dato assistenza medico-legale, scuola di lingue, cibo e acqua ma soprattutto famiglia. Un’accoglienza ben diversa da quella fornita dai dispositivi ufficiali che evocano cose che non vorremmo aver mai conosciuto, come i campi di concentramento e le deportazioni”.
Al termine delle sue dichiarazioni, l’imputata ha specificato che “quella frase era riferita allo sgombero, ed è stata scritta su una foto con le ruspe e i ragazzi sugli scogli al termine di una giornata di 12 ore durante le quali non ho potuto nemmeno portare acqua ai ragazzi assiepati sugli scogli e circondati da un cordone di polizia e carabinieri”.
Il processo è stato rinviato al prossimo 9 febbraio per ascoltare i testimoni della difesa.



#lacasasiamotutte


Il MFPR esprime solidarietà alla Casa Internazionale delle Donne di Roma sotto sfratto e rilancia l'appuntamento per lunedì 4 dicembre alla Casa, per un'assemblea preparatoria all'incontro indetto dal Comune di Roma sulla questione del "TETTO CHE SCOTTA".

Di seguito il comunicato della Casa:


La Casa Internazionale delle Donne
contro ogni ipotesi di sfratto


Casa Internazionale delle Donne via della Lungara 19

#lacasasiamotutte
La Casa Internazionale delle Donne, patrimonio della città di Roma e risorsa per tutte le donne è oggi a rischio di sfratto da parte del Comune.
Da oltre trent’anni questo luogo, unico in Europa, rappresenta un punto di riferimento delle donne italiane e straniere e del femminismo internazionale.
La Casa è da tutti apprezzata e riconosciuta per la sua capacità di autogestione e per avere mantenuto in ottimo stato un bene pubblico
frequentato annualmente da oltre 30.000 persone, di essere luogo di offerta di servizi sociali e culturali, di svolgere azioni di accrescimento delle capacità delle donne. Tutto questo è il frutto del lavoro volontario e dell’impegno quotidiano e gratuito di centinaia di donne e di decine di
associazioni. Per decenni questo luogo è stato salvato, conservato, restaurato, reso vivo e frequentato, sottratto al degrado cui sono andati incontro tanti beni pubblici della nostra città.

Anche la Casa corre ora il pericolo di chiusura cui sono andate incontro tante associazioni e realtà sociali di Roma.
Il debito che ci viene attribuito dall’Amministrazione non tiene conto del valore dei servizi che vengono offerti. In tal senso la Casa Internazionale delle Donne, fin dal 2013, ha iniziato un’interlocuzione con il Comune di Roma il quale, dopo avere verificato la qualità dei servizi, proponeva una valutazione del loro valore economico dell’ordine di € 700.000 annui.
 
Con questa Giunta la Casa aveva avviato un confronto per risolvere il problema del debito e la definizione di un affitto realmente sostenibile, salvaguardando e rilanciando il valore della Casa e il suo futuro al servizio della cittadinanza. Per questo la lettera di richiesta di rimborso immediata, in mancanza del quale “si procederà all’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela” è giunta del tutto inattesa.
 
La Casa Internazionale delle Donne ha risposto alla comunicazione del Comune chiedendo con urgenza alla Sindaca e alle Assessore competenti di riaprire l’interlocuzione e di sospendere il termine perentorio di pagamento.
 
La Casa Internazionale delle Donne è molto grata per la solidarietà ricevuta da tantissime donne e uomini, associazioni e Istituzioni. Queste testimonianze confermano il valore e l’apprezzamento di cui la Casa gode non solo nella città di Roma ma in tutto il Paese.
Il Direttivo della Casa Internazionale delle Donne