19/02/14

Note sul decreto femminicidio dalle compagne No tav

IL “DECRETO FEMMINICIDIO”: NOTE SU UNA CONFUSIONE FUNZIONALE

Violenza sulle donne, violenza sulla terrra: questo il titolo di un incontro che, come compagne femministe, abbiamo avuto con le donne della Valle nel novembre 2012. In quell’occasione, richiamandomi all’ecofemminista Vandana Shiva, avevo messo in luce come nel modello capitalistico- patriarcale di malsviluppo [in inglese maldevelopment: male, maschile + development, sviluppo] sfruttamento e violenza contro le donne e la terra vadano di pari passo. Il malsviluppo, infatti, si basa sul controllo, l’asservimento, lo sfruttamento – e, a volte, anche l’annichilimento – della potenzialità generativa e rigenerativa tanto delle donne quanto della terra. Pur non avendo, qui, il tempo di soffermarmi sulle importanti suggestioni che V. Shiva ci offre, ho richiamato questo legame non per evocare nostalgicamente un’era matriarcale che, forse, non è mai neppure esistita come tale, ma per mostrare a cosa sia funzionale l’apparente confusione di contenuti che caratterizza il cosiddetto “decreto femminicidio” approvato lo scorso ottobre. Sotto il nome di Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province è stata approvata una serie di norme che riguarda tanto la “tutela” delle donne, quanto gli “interventi a favore della montagna” (art. 11bis), fra i quali sono nominati degli “interventi per la valorizzazione e la salvaguardia dell’ambiente”. Ad un primo sguardo si potrebbe pensare che il legislatore abbia letto Vandana Shiva. Ma, in realtà, si tratta di norme con le quali lo Stato, da una parte, torna ad assumere su di sé il ruolo patriarcal-paternalistico di tutore dell’integrità e della sicurezza delle donne e, dall’altra, si arroga il monopolio della salvaguardia ambientale – oltre che della “valorizzazione” della montagna, espressione che contiene non poche ambiguità, visti gli effetti

devastanti in Valsusa e altrove! – rafforzando, al contempo, la militarizzazione dei territori – in nome della “vigilanza di siti e obiettivi sensibili” – e la repressione. In questo modo si delegittimano i percorsi popolari di autodeterminazione e costruzione di comunità “altre” – come quella che da alcuni lustri si va sperimentando in Valsusa, proprio a partire dalla difesa della salute e del territorio – e si criminalizzano le esperienze di resistenza popolare. La logica che sta dietro questo decreto è, ancora una volta, quella dell’emergenza e dell’allarme sociale. Le Norme in materia di sicurezza per lo sviluppo, di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e per il contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale, sancite nel Capo II del decreto, non sono che il rafforzamento dell’autoritarismo dello Stato e del suo monopolio della violenza. Disciplinando le forme di resistenza e di reazione contro la violenza sulle donne e sulla terra, si pretende, da una parte, che il dissenso sia espresso con modalità che non disturbino in alcun modo i progetti di devastazione territoriale, e, dall’altra,

che le donne rinuncino ai percorsi di autodeterminazione, delegando ai “servitori dello Stato” la propria sicurezza. Tutto ciò nonostante tanto in Val di Susa quanto nelle zone terremotate, nelle strade, nelle caserme e nei Cie, non di rado uomini in divisa abbiano usato il proprio potere per abusare sessualmente delle donne stesse – italiane o immigrate che fossero. Ma ciò che di più paradossale traspare dal “decreto femminicidio” è una velata equiparazione della lotta No Tav alla violenza di genere – d’altra parte lo stesso procuratore Caselli tra il 2012 e il 2013 si era richiamato allo “stupro” e agli “stupratori” parlando della lotta in Valle. Ne è dimostrazione la dichiarata “necessità di introdurre disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica a tutela di attività di particolare rilievo strategico, nonché per garantire soggetti deboli” che si traduce, in sostanza, in un mero rafforzamento delle politiche securitarie giustificato, per altro, con la vittimizzazione di soggetti considerati “deboli” anziché indeboliti. Politiche che da una parte affrontano solo formalmente il problema della dominante cultura femminicida, e dall’altra militarizzano siti in cui si pratica l’ecocidio in nome del profitto. Ed ecco che dietro il dichiarato “interesse strategico”, emerge il vero interesse, meramente economico, esplicitato anche nella formula della “sicurezza integrata per lo sviluppo”. Tutto questo spiega perché questo decreto abbia bellamente ignorato le indicazioni in materia di prevenzione della violenza di genere provenienti da Convenzioni internazionali, quali quella di Istanbul. Fare della repressione la prima forma di protezione e prevenzione, mira solo a consolidare la morsa delle repressione ed accrescere i poteri di polizia. Un’ultima osservazione, che vuole essere più che altro una sollecitazione. Nel 2007 le mobilitazioni femministe avevano impedito il gioco sporco cui mirava il “pacchetto sicurezza”: veicolare, in nome della difesa delle donne, una serie di provvedimenti marcatamente razzisti. Nel 2013, invece, da parte femminista è stata assai blanda la risposta all’uso della violenza contro le donne come cavallo di Troia delle politiche securitarie e repressive. Si è così lasciata passare una confusione funzionale il cui risultato è che, oltre alla norma anti-No Tav contenuta nel “decreto femminicidio”, una manifestante che “bacia” provocatoriamente il casco di un poliziotto (poco importa, qui, commentare la miseria simbolica di quel gesto…) viene indagata per violenza sessuale e i/le partecipanti agli assedi simbolici dell’albergo che ospita i militari in Val di Susa sono accusati di stalking. Questo mondo alla rovescia è funzionale al rafforzamento dello Stato di polizia e ne è, al contempo un sintomo evidente. Occorre, quanto prima e con determinazione, smantellarne i dispositivi. N. P., febbraio 2014

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