17/01/18

Le lavoratrici degli asili di Taranto tornano sul piede di guerra

Basta con la vergogna e l'illegalità di una condizione, che si trascina da anni a vantaggio delle tasche del Comune e delle Ditte, di sottorari (1h e 50 al giorno), sottosalari (sui 300 euro al mese), di doppio lavoro (pulizia e ausiliariato) non riconosciuto;
basta con una amministrazione comunale che è stata responsabile di appalti al massimo ribasso e di condizioni lavorative in aperta violazione di leggi e contratti, e che anche ora (cambiando amministrazione) continua ad esserlo;
nella falsa "giustificazione" che "almeno si salvano tutti i posti di lavoro, perchè siete troppe" (il che è platealmente falso viste le permanenti sostituzioni che le lavoratrici sono chiamate a fare per mancanza di personale), si continua a calpestare diritti sacrosanti delle lavoratrici;
basta coi sindacati confederali silenti e complici di questa truffa "legale";
basta ad un nuovo appalto o a proroghe che puntano a perpetuare questa situazione vergognosa


Le lavoratrici Slai cobas sc riprendono la mobilitazione!
Mentre stanno facendo varie e pesanti azioni legali contro le varie Ditte (che si sono succedute negli anni) e il Comune - che dovranno pagare caro! - avviano lo stato di agitazione e a fine mese scendono in lotta, se non ci saranno risposte positive alla richiesta di incontro e soluzioni immediate inoltrat

LE LAVORATRICI di SLAI COBAS per il sindacato di classe
16.1.18

Il processo de L'Aquila del 22 gennaio - ci riguarda tutte


Da infoaut - Perché il processo del 22 gennaio all’Aquila ci riguarda tutte:

Ripubblichiamo da cavallette.noblogs.org questa documentata ricostruzione della persecuzione giudiziaria nei confronti di tre compagne da parte dell'avvocato Antonio Valentini - difensore del militare Francesco Tuccia, di stanza nelle zone terremotate dell'Abruzzo nel contesto dell'operazione "strade sicure" ed esecutore di un efferato stupro ai danni di una ragazza del posto. Il legale, al quale la determinazione delle compagne aveva impedito di presenziare ad un'iniziativa tenuta presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, si è reso responsabile di una campagna censoria, repressiva e persecutoria nei confronti delle tre, dai risvolti vessatori ed inquietanti. Alle imputate va la solidarietà della redazione di Infoaut.org e l'esortazione a non lasciarle sole nel giorno dell'udienza, il 22 gennaio prossimo al tribunale de L'Aquila, e nel loro percorso di (auto)difesa legale e non.


***


Il 22 gennaio 2018 si aprirà presso il tribunale dell’Aquila un processo che vedrà coinvolte tre donne, trascinate sul banco delle imputate dall’avvocato Antonio Valentini con l’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa (articolo 595 c.p). Abbiamo deciso di raccontare questa vicenda su Cavallette, perché in essa si concentrano temi che ci stanno a cuore e che da sempre fanno parte del nostro DNA politico: l’anti-sessimo, l’importanza delle pratiche di lotta femministe e la capacità di difenderle collettivamente esercitando in maniera radicale il diritto alla libertà di espressione.
 
Lo stupro di Pizzoli
Influente notabile dalle ambizioni politiche prematuramente frustrate – solo un misero 3,7% raccolto dalla lista Patto per l’Aquila con cui si era presentato alle amministrative del 2002 -, Antonio Valentini è considerato da molti quotidiani e portali d’informazione locali come uno dei “principi del foro” del capoluogo abbruzzese. Nel suo blasone vanta numerosi procedimenti eccellenti, come il processo Di Orio – dove si è impegnato nella difesa dell’omonimo ex-rettore e monarca assoluto dell’ateneo aquilano, cacciato dal trono nel 2012 per le accuse di concussione – o quello che lo vede come legale di alcuni dei 38 imputati, accusati dalla procura distrettuale antimafia di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina. Suo anche l’esposto che ha dato avvio al processo nei confronti della commisione Grandi Rischi, tacciata di non aver messo in guardia la popolazione aquilana del rischio sismico incombente nell’aprile del 2009.

Ma il caso più noto per cui Valentini è salito agli onori della cronaca è quello relativo allo stupro avvenuto a Pizzoli (AQ) nel 2012. A perpetrarlo il militare Francesco Tuccia, originario della provincia di Avellino e appartenente al 33mo Reggimento Artiglieri Acqui. Di stanza sul territorio per l’operazione “Strade Sicure” – rivelatasi fin dall’inizio un enorme esperimento di militarizzazione delle zone colpite dal sisma del 2009 -, il 12 febbraio Tuccia trascorre una serata di baldoria tra commilitoni presso la discoteca Guernica, che si conclude con lo stupro di una studentessa ventenne consumatosi fuori dal locale. Rosa (nome di fantasia), dopo essere stata violentata dal soldato, viene abbandonata seminuda e in stato d’incoscienza, nel parcheggio. Buttata sanguinante sul manto di neve che copriva la zona antistante l’edificio, la ragazza sarebbe certamente morta per il freddo e i traumi riportati, se un buttafuori che stava terminando il suo turno non ne avesse casualmente notato il corpo, accartocciato tra le auto posteggiate.
 
Il processo
Questo disprezzo per Rosa diventerà il leit motiv che caratterizzerà tutto l’iter giudiziario nelle sue differenti fasi. Tuccia viene infatti arrestato, e Valentini, che ne assume il patrocinio insieme all’avvocato Alberico Villani, sceglie di ricorrere ad un linea difensiva tanto orribile quanto purtroppo consueta nei processi per stupro. Per tutta la durata del procedimento l’avvocato prova infatti a derubricare la violenza subita da Rosa come “un rapporto finito male” che vedeva il “reciproco consenso” degli interessati. La dimostrazione, a detta di Valentini e Villani, sarebbe consistita nel fatto che i due erano stati visti scambiarsi effusioni amorose all’interno locale, per poi uscirne mano nella mano in un secondo momento. Un comportamento di cui il pool difensivo di Tuccia – descritto durante il dibattimento come un ragazzo di “buona famiglia”, “giovane ed inesperto” e “spinto a pratiche di sesso estremo” di cui avrebbe perso il controllo – ritiene di dover chiedere conto a Rosa: “dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. L’obbiettivo di una simile retorica è duplice. Da un lato insinuare nella giuria il dubbio che quello consumatosi non sia stato uno stupro ma un rapporto consenziente. Dall’altro produrre un ribaltamento delle parti in causa, criminalizzando la vittima – costretta a dimostrare la violenza subita – e assolvendo il carnefice dalle sue responsabilità. Non è più quindi Tuccia ad essere chiamato a rispondere del delitto di cui si è macchiato, ma Rosa, la cui condotta morale e accondiscendenza avrebbero indotto il militare “in tentazione”.

In fase di requisitoria Valentini si spinge fino ad addurre motivazioni “tecniche” che avallerebbero la sua tesi. Tra queste spicca una dichiarazione secondo cui “la pratica del fisting presuppone una particolare posizione della donna, assolutamente incompatibile con le modeste ecchimosi refertate sulla ragazza e soprattutto con il fatto che aveva, sebbene scesi, i pantaloni addosso”. Le “modeste ecchimosi” cui l’avvocato fa riferimento consistono in ben 48 punti di sutura e in profonde lacerazioni dell’apparato genitale e digerente di Rosa, “ricuciti” solo grazie a diversi interventi chirurgici. Sono ferite talmente profonde da impressionare anche i medici che prendono in cura la ragazza, giunta in ospedale in stato di incoscienza ed in preda ad un grave shock emmorragico. Il dottor Gabriele Iangemma, ginecologo di turno quella sera e occupatosi di prestare i primi soccorsi a Rosa, dichiarerà durante una trasmissione televisiva dedicata allo stupro di Pizzoli di non aver mai visto nulla del genere in trent’anni di esercizio della professione medica.

Il clima del processo non viene però inquinato unicamente da un impianto difensivo smaccatamente misogino e sessista, ma anche da un diffuso clima intimidatorio. A pochi giorni dallo stupro, l’avvocato Villani partecipa a due differenti programmi andati in onda su Canale 5: in entrambe le occasioni rivela la vera identità di Rosa (che nel frattempo era stata trasferita in una località segreta) mettendone così a repentaglio la sicurezza e la privacy. Poi, una settimana dopo la sentenza di primo grado, arrivano anche le minacce. A farne le spese è l’avvocata Simona Giannangeli – rappresentante del centro anti-violenza dell’Aquila, costituitosi parte civile nel processo -, che il 5 febbraio 2013 trova sul cofano della sua auto un biglietto anonimo con questo messaggio: “Ti passerà la voglia di difendere le donne… Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”.

Nonostante nel gennaio 2015 la Cassazione metta la parola fine alla vicenda processuale che coinvolge Tuccia (la pena definitiva inflittagli è di 7 anni e 8 mesi), nessuna canta vittoria. Non Rosa, costretta ad un esilio forzato in un’altra città nel tentativo di riannodare le fila spezzate della sua vita. Non le parti civili, costrette ancora una volta a constatare come la denigrazione della donna continui a rappresentare una costante nei processi per stupro (come dichiarato dall’avvocata Giannangeli dopo l’ultimo verdetto, “si cerca l’elemento di verità processuale a partire dalla demolizione della persona offesa e dal suo presunto comportamento”). Non le centinaia di donne che l’hanno sostenuta durante tutto il processo, dentro e fuori l’aula di tribunale, consapevoli che uno stupratore in carcere non rappresenta certo un argine alla violenza di genere che in tutto il mondo continua a mietere vittime. E, dopo Rosa, sarà proprio questa rete di solidarietà ad essere messa sotto accusa dall’avvocato Valentini.
 
Censura, repressione, sequestri e denunce
Un territorio completamente militarizzato e devastato. Lo stupro di una studentessa perpetrato da un militare. Un processo insozzato da retoriche patriarcali, sessiste e misogine. Intimidazioni e minacce agli avvocati. A questo quadro, già di per sé vergognoso, nuovi tasselli sono andati ad aggiungersi, proprio quando la luce dei riflettori sembrava ormai essersi distolta dalle aule del tribunale dell’Aquila.

Il 13 Novembre 2015 viene infatti organizzato presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma il convegno “Verso la Cassazione”. Si tratta di un incontro chiamato per discutere delle responsabilità della commissione Grandi Rischi in merito al terremoto dell’Aquila del 2009 e del processo, ormai alle battute finali, che ne vede coinvolti diversi membri. Tra i relatori c’è anche Valentini. Il fatto non passa inosservato e suscita indignazione. In tante si chiedono come sia possibile che un personaggio di tale risma possa presenziare in un luogo da sempre considerato un porto sicuro per le donne. Una compagna originaria dell’Aquila scrive una lettera in proposito – raccontando chi fosse Valentini e quale linea difensiva avesse scelto di adottare durante tutti e tre i gradi del processo di Pizzoli – e la invia ad una mailing list chiusa. Successivamente, la missiva viene reinoltrata da una seconda persona all’associazione Ilaria Rambaldi Onlus (responsabile dell’organizzazione dell’iniziativa) attraverso Facebook Messenger. Nel frattempo partono giri di telefonate e mail che chiedono la revoca dell’invito a Valentini. Il tam tam raggiunge il suo scopo e il convegno si svolge in tutta tranquillità senza la presenza dell’avvocato.

Sembra una vicenda chiusa, ma non è così. Valentini cerca vendetta. Passano alcuni mesi, e la sera del 18 Maggio 2016 i carabinieri di Roma, imbeccati da un’informativa redatta dal Nucleo operativo dell’Aquila, bussano alla porta della persona che con Facebook Messenger aveva contattato l’associazione “Ilaria Rambaldi”. Le notificano una denuncia per diffamazione aggravata a mezzo stampa e un decreto di perquisizione e sequestro, firmato dal sostituto procuratore Antonietta Picardi. Le viene contestato di aver diffuso la lettera, il cui contenuto, si legge nell’atto, sarebbe stato “denigratorio ed offensivo, anche mediante l’attribuzione di fatti determinati e di rilevanza penale, della reputazione professionale dell’avvocato Antonio Valentini”. Dopo quattro ore di perquisizione i carabinieri se ne vanno, portandosi via un laptop, un tablet, uno smartphone e un hard disk esterno. La stessa scena si ripeterà dopo alcuni mesi: il 13 settembre la donna autrice della lettera viene a sua volta denunciata e il suo personal computer sequestrato. Il 20 dicembre l’indagine si chiude con tre richieste di rinvio a giudizio per altrettante donne.
 
“Non ci metterete a tacere”
L’avvocato Flavio Albertini Rossi, che difenderà due delle tre imputate, rigetta in toto l’accusa di diffamazione a mezzo stampa. Da una parte perché, spiega il legale, il semplice fatto di aver utilizzato Facebook Messenger – ovvero un canale di comunicazione uno a uno – “non rende fattibile una diffusione del messaggio idonea da integrare il reato”. In altre parole, affinché l’aggravante della diffusione a mezzo stampa si configuri come tale, è necessario che un dato contenuto venga fatto circolare in un pubblico composto da un numero indeterminato di persone. Circostanza, questa, non verificatasi nel caso in questione.

Al di là dell’aspetto tecnico, però, aggiunge l’avvocato, “quanto compiuto dalle mie clienti, lungi dall’essere diffamatorio, esprimeva piuttosto una preoccupazione per la presenza di Valentini in un luogo che non vede certo protagoniste persone che hanno rappresentato, difeso e sostenuto le tesi di un imputato per stupro. Tanto più” aggiunge “se la difesa è avvenuta nelle modalità che sappiamo”. E proprio su questo aspetto si concentra una sua riflessione più generale: “Io penso che oggi non sia più accettabile che qualcuno tenda ad attribuire e a dimostrare una consensualità di comportamenti tra lo stupratore e la sua vittima. Questi sono argomenti che possiamo ritrovare in un documentario come Processo per stupro, girato nel 1979: chi nel 2018 ritiene lecito continuare a ricorrervi per difendere il proprio assistito deve anche assumersi l’onere di essere oggetto di aspre critiche”.

Critiche che, per altro, non sono state espresse solo dalle tre donne che affronterranno il processo all’Aquila il 22 gennaio, ma anche da centinaia di altre persone che a gran voce avevano detto un secco “no” sull’opportunità di far entrare Valentini alla Casa Internazionale delle Donne. La diffusione di quella lettera non può essere ridotta a una mera questione di reponsabilità penale ed individuale. Anzi, ci riguarda tutte. Non solo perché, come ricordava qualche tempo fa una compagna a Radio Onda Rossa durante una trasmissione dedicata alla vicenda, quel gesto nasceva da una presa di posizione collettiva: “Solo tre di noi sono state perseguite penalmente, ma siamo state dieci, venti, trenta a mandare mail, lettere e fare telefonate in quei giorni”. Ma ci riguarda tutte anche, e sopratutto, perché l’indifferenza davanti alla cultura della violenza maschile e maschilista ci rende tutte più vulnerabili. Un punto questo che sarà ribadito alle 9 di mattina del 22 Gennaio davanti al tribunale dell’Aquila, durante un presidio di solidarietà convocato in occasione dell’apertura del processo.


Collettivo A/I

Per approfondire:
Il sito della campagna di solidarietà Ci Riguarda Tutte
La lettera “incriminata” Una delle trasmissioni di Radio Onda Rossa dedicate a questa vicenda Il documentario Processo per stupro (1979)

16/01/18

SOLIDARIETA' CON INIZIATIVE E MESSAGGI VERSO LE 3 COMPAGNE PROCESSATE A L'AQUILA IL 22 GENNAIO

(da Tavolo 4) 


L'ASSEMBLEA A BOLOGNA DI DOMENICA
L'assemblea si è svolta in un clima di accogliente e autentica solidarietà femminista
Si è partite da alcuni esempi di lotta concreta delle donne e di solidarietà femminista, che hanno portato a dei risultati, a delle vittorie, come quella del MFPR a Taranto, con il ritiro della denuncia da parte dell'avvocato denunciante una compagna, o quella delle donne argentine per la liberazione di higui, una compagna lesbica incarcerata per aver ucciso uno dei 10 uomini che la stuprò: ora lei è stata scarcerata grazie alla lotta tenace e determinata delle compagne argentine, ma nudm argentina (che non è interclassista) continua a battersi per la sua assoluzione.
Importante è il metodo e la linea. Cercare le donne, prendere direttamente contatto con loro per affiancarle e sostenerle, non lasciarle nelle mani di avvocati e famiglie che creano intorno a loro ancora isolamento (es. di Parma). Ma anche la linea è importante: l'attacco/autodifesa e non il vittimismo/difesa.
Anche qui è esemplare la linea del mfpr, che ha reso la vita e la difesa difficile agli stupratori di
Carmela (tanto da portarli a richierere il trasferimento del processo per incompatibilità ambientale) e alla fine ha vinto.
A Bologna un esempio è dato dalla lotta aperta che le compagne riuscirono a mettere in campo qualche anno fà dopo lo stupro "correttivo" di una ragazza lesbica: un centinaio di donne attraversarono le strade di Bologna, sanzionando i luoghi frequentati dagli stupratori e le loro stesse case, scrivendo e urlando nomi e cognomi degli stupratori.
Dopo aver letto la lettera siamo entrate nel merito del processo per stupro a L'Aquila, sempre evidenziando comunque l'importanza della solidarietà femminista intorno a Rosa, l'ammissione in parte civile del centro antiviolenza dell'aquila, la necessità di continuare la mobilitazione anche dopo, fino alla legittima protesta per impedire l'ingresso dell'avvocato di Tuccia nella casa delle donne e alla solidarietà femminista, che deve continuare a presidiare il processo intentato contro 3 di noi.
La solidarietà femminista non si processa, respingiamo il processo al mittente e con esso anche la richiesta di scuse di Valentini su abruzzoweb: "devi scusarti tu" è stato proposto di scrivere su uno degli striscioni il 22 gennaio a L'Aquila.

Da Bologna ci saranno 2 macchine per scendere a Roma, per l'incontro che si terrà domenica 21 gennaio alle h 14,30 a Luna e le Altre (Spinaceto, Largo Niccolò Cannella 17) su nodi, problemi, pratiche di solidarietà femminista.
E da Roma poi il 22 mattina, mi sembra verso le 7, partirà un pullman per l'Aquila, autofinanziato con l'iniziativa delle compagne romane del 7 gennaio.

ROMA

DA PALERMO
Luigia sei un grande esempio per tutte  noi, da sola riesci a portare avanti grandi battaglie e seppur con mille difficoltà non ti arrendi mai!!!
Anche se saremo  lontane fisicamente giorno 22 saremo con te e con le altre compagne processate, siamo tutte con voi a sfidare ancora una volta questo sistema violento e marcio
che vuole tapparci la bocca e reprimere le nostre più che legittime lotte di donne contra ogni forma di violenza che subiamo!!! forza compagne, se toccano una toccano tutte!!!
giorgia, antonella, grazia, maria concetta, rosy, daniela, liliana, agnese, enza, paola, sonia, anna maria, gisetta, francamaria, rita, delia, anna, nina, gina, teresa, sofia, silvana, egle, rosalia, paola francesca... 
PRECARIE COOP SOCIALI IN LOTTA A PALERMO

TORINO
Presidio "Basta violenza dei tribunali contro le donne"
Organizzato da Non Una di Meno - Torino
Lunedì 22 gennaio dalle ore 11:30 alle ore 13:30
    Tribunale di Torino C.so Vittorio Emanuele II n. 130, 10138 Torino

15/01/18

Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.


Alleghiamo un appello per il boicottaggio di un'assemblea a Parma per lo stupro di Claudia da parte della Raf.
Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.

Rilanciamo il comunicato che facemmo un anno fa.
MFPR

COMUNICATO
Sul bestiale stupro di gruppo, avvenuto nel 2010 al centro sociale RAF di Parma, la cui violenza è poi proseguita facendo girare le immagini riprese e, in ultimo, attaccando vigliaccamente la ragazza che finalmente aveva raccontato come erano andati i fatti, noi siamo dalla parte della ragazza senza se e senza ma. E, come hanno denunciato alcune compagne, ciò che va fortemente condannato è l'atteggiamento omertoso, complice tenuto all'epoca e in questi anni da compagni e compagne dell'area.
Su questo, come su tanti altri bruttissimi fatti simili avvenuti e che possono continuare ad avvenire dobbiamo scatenare apertamente la ribellione, la furia delle ragazze, delle compagne.
Solo questo permette di non delegare alle forze dello Stato l'intervento su episodi di violenza fascista/sessista contro le donne.
Si tratta di una nefasta ideologia, figlia dell'abbruttimento ideologico che la borghesia spande a piene mani, che corrode anche nei movimenti antagonisti e opprime le energie di tante compagne.

Tra le ragazze, le compagne chi sottovaluta questo, non comprende il carattere di "guerra" a tutti i livelli che la borghesia porta avanti; non lo comprendono anche quelle compagne che nei movimenti, nei centri sociali sottovalutano la necessità sempre e comunque di darsi organizzazione e di portare avanti la lotta delle donne.
(su questo significativo fu anni fa la battaglia fatta da compagne di un centro sociale di Modena, allora del Mfpr, su cui è possibile avere il loro lungo documento).

Non ci può essere un movimento delle donne che non lotti contro ogni violenza sessuale, sempre e dovunque.
La lotta delle donne deve rompere, cambiare i centri sociali, le organizzazioni politiche, i sindacati, i movimenti. Questo è anche il significato dello "sciopero delle donne", che porta anche una "rottura" di concezione, di atteggiamento tra gli operai, il sindacalismo.
Sulla questione femminile, sugli atteggiamenti maschilisti presenti anche in organizzazioni di compagni, in passato si sono giustamente sfasciate intere organizzazioni rivoluzionarie - l'esempio più grande fu Lotta continua verso la fine degli anni 70.
E' solo la lotta rivoluzionaria delle donne a 360° il "vaccino", altrimenti nessuno a priori può e deve considerarsi immune dall'ideologia fascista de "gli uomini che odiano le donne".
21.12.2016
MFPR

 COMUNITÀ PER STUPRARE UNA DONNA. SULL'ASSEMBLEA  IN  PROGRAMMA  A  PARMA. https://coordinamenta.noblogs.org/post/2018/01/09/19-gennaio-2018-a-parma/ Nel  settembre  del  2010  in  via  Testi  a  Parma  dentro  la  sede  della  RAF  (rete  antifascista)  un  numero imprecisato  di  individui  (da  4  a  6)  ha  preso  parte  attivamente  e/o  come  spettatore  ad  uno  stupro  di gruppo  ai  danni  di  una  ragazza,  che  da  poco  aveva  compiuto  diciotto  anni. Lo  stupro  viene  ripreso  con  un  cellulare  ed  il  video  prodotto  gira  per  molto  tempo  tra  decine  e decine  di  persone  fino  a  che  nell’agosto  del  2013  un  ordigno  rudimentale  scoppia  a  pochi  passi  dalla sede  di  Casa  Pound  a  Parma  e  partono  delle  indagini  che  come  prevedibile,  vanno  a  colpire  il movimento  anti-fascista  e  anarchico  parmense  e  delle  zone  limitrofe. Gli  inquirenti  a  questo  punto  vengono  a  conoscenza  di  quel  video,  convocano  la  compagna  in questura  e  da  lì  Claudia  si  ritrova  ad  affrontare  un  processo  mai  voluto  che  si  va  a  sommare  alla  già precedente  violenza.  Cominciano  a  quel  punto  gli  schieramenti.  La  rete  antifascista  parmense  si pronuncia  immediatamente  denunciando  esclusivamente  l'uso  strumentale  dei  giornali  per  attaccare le  sedi  dei  compagni.  Da  allora  attacchi  sempre  più  espliciti  si  susseguono  e  il  comportamento  di Claudia  diviene  oggetto  di  critiche  e  denigrazione.  La  accusano  di  essersi  resa  complice  della polizia  nella  loro  manovra  tesa  a  criminalizzare  il  movimento  antifascista.  Il  Kas  (collettivo antisessista  di  Parma)  mentre  in  pubblico  condanna  lo  stupro,  nella  vita  quotidiana  impegna  molte delle  sue  energie  per  creare  un  clima  di  sospetto  e  diffidenza  nei  confronti  di  Claudia.  Claudia  si trova  sempre  più  isolata,  molti  spazi  occupati  la  cacciano  via  quando  prova  ad  andare  alle  iniziative o  ad  un  semplice  concerto. Tutto  questo  per  molto  tempo  finché  una  rete  di  compagne  solidali  inizia  con  lei  un  percorso  di autosostegno  e  lotta,  affrontando  insieme  tutte  le  udienze  del  processo.  Da  tante  situazioni  di  lotta  di tutta  Italia  arrivano  comunicati  e  prese  di  posizione  chiare  che  condannano  lo  stupro  senza  se  e senza  ma.  Esce  il  già  noto  comunicato  delle  4  crepe   https://www.wumingfoundation.com/4crepe.pdf Ma  l'atteggiamento  delle  suddette  organizzazioni  politiche  non  cambia  anzi:  4  persone  vengono denunciate  per  minacce  e  inquinamento  di  prove.  L'attività  della  nuova  rete  antifascista  e  del  Kas continua  ad  essere  la  stessa:  cercare  di  delegittimare  la  parola  di  Claudia  e  delle  compagne  solidali arrivando  addirittura  a  girare  per  le  assemblee  degli  spazi  occupati  per  richiedere  che  fossero  tutte allontanate  o  considerate  persone  non  gradite.  Nessuno-a  di  loro  si  è  mai  presentato  ad  una  udienza in  tribunale,  usando  il  giochetto  del  tribunale  borghese  e  delle  infantilizzazione  delle  vittime. Nessuno-a  ha  mai  espresso  solidarietà  a  Claudia. Ora,  dopo  che  il  processo  ai  tre  stupratori  si  è  concluso,  usano  queste  stesse  parole  per  ripulirsi  la facciata  e  presentarsi  con  una  nuova  immagine  organizzando  a  Parma  una  assemblea  il  19  gennaio sui  temi  della  violenza  maschile  sulle  donne.  La  firma  è  un  po'  diversa,  semplicemente  “assemblea antisessista”  ,  mentre  la  Raf  si  trasforma  in  Rete  Antifascista  Parma  2.0.  E'  inaccettabile  lo svolgimento  di  questa  assemblea  come  è  inaccettabile  avallarla  in  alcun  modo. Noi  stiamo  con  Claudia  e  in  nessum  modo  ci  renderemo  complici  del  misero  tentativo  di  ripulitura di  soggetti-e  che,  non  solo  non  hanno  mai  preso  posizione  chiara  su  tutta  la  vicenda,  ma  che nell'ombra  hanno  lavorato  affinché  una  qualsiasi  forma  di  solidarietà  a  Claudia  non  si  venisse  a creare. Noi  stiamo  con  Claudia  e  chiediamo  a  tutti  e  tutte  di  boicottare  questa  assemblea  e  di  esprimere ancora  una  volta  la  nostra  rabbia  per  una  violenza  che  non  finisce  mai. Una  assemblea  le  cui  organizzatrici-tori  e  sostenitori  nulla  hanno  di  differente  con  i  processi borghesi  con  cui  si  riempiono  la  bocca,  essendo  essi  stessi  complici  di  aver  perpetuato  una  cultura dello  stupro  fatta  di  processi  ai  comportamenti,  isolamento,  minacce  e  creazione  di  un  clima insicuro  e  ostile  verso  quella  che  chiamano  la  “vittima  infantilizzata”,  una  teoria  usata  ad  hoc  in questi  anni  per  mettere  lei  sul  banco  degli  imputati. Non  ci  stupisce  che  le  compagne  che  hanno  lottato  con  Claudia  non  siano  state  interpellate,  essendo considerate  complici  dello  stato  borghese.  Molto  meglio  rimanere  puri-e  e  lasciare  da  sola  una compagna  stuprata  in  un  contesto  di  movimento  ad  affrontare  un  processo  da  lei  mai  richiesto  (tra l'altro)  perchè  in  fondo  è  una  facile,  un  pò  fuori  di  testa,  inaffidabile,  che  in  definitiva  non  ha  le stellette  necessarie  per  essere  accettata  nel  mondo  dorato  dei  veri  e  delle  vere  antifascisti-e.  Quello che  ci  stupisce  è  come  mai  dei  collettivi  e  delle  soggettività  che  si  definiscono  femministe  si prestino  a  questo  gioco  e  prendano  parola  per  altre,  dando  voce  a  chi,  invece  di  solidarizzare  con Claudia,  l'ha  di  fatto  processata  e  condannata.  Invitiamo  collettivi,  gruppi,  singole-i  a  diffondere questo  appello  e  a  boicottare  l'assemblea  in  programma  a  Parma. #NOISTIAMOCONCLAUDIA

Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera! Martedi 23 gennaio ore 16 a Piazza del Campidoglio

I NOSTRI DESIDERI NON SONO TRASPARENTI.
LA CITTA' FEMMINISTA NON SI SGOMBERA!

Roma da troppo tempo ormai vive nel pericolo di perdere luoghi essenziali di autonomia, solidarietà e cultura nella città. In particolare è in atto un chiaro e feroce attacco ai luoghi del femminismo, frutto di battaglie storiche e più recenti. Questi luoghi - la Casa Internazionale delle Donne, la Casa delle donne Lucha y Siesta, Il Centrodonna L.I.S.A., il Centro donne DALIA, lo spazio delle Cagne Sciolte…- hanno consentito a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e reso possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura o di richiesta di risorse economiche esose, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni aspetto dell'esistente.
oggi, dopo la Casa Internazionale delle Donne, anche la casa delle donne Lucha y Siesta rischia la chiusura.
Le donne di Roma rischiano di perdere non solo dei luoghi fisici in cui incontrarsi, ma ciò che sono diventati nel tempo: dei punti di riferimento irrinunciabili in città, spazi di condivisione, autotutela e autodeterminazione conquistati con la lotta, nati per modificare un contesto sociale e culturale che era e resta pesantemente segnato dalla violenza maschile sulle donne.
 Le sorti della Casa delle Donne Lucha y Siesta vengono legate a quelle di Atac, proprietaria dello stabile, che ne minaccia il futuro. Il piano di risanamento di Atac non devono pagarlo le donne: Lucha y Siesta va salvaguardata e stralciata dalla lista dei beni immobili da svendere, subito!
E’ una idea di legalità che non corrisponde ai diritti, ai bisogni e a desideri di vite migliori che una democrazia matura dovrebbe invece garantire.  A fronte di questa emergenza per le donne e per tutta la città, la proverbiale trasparenza della Giunta Raggi si fa vera e propria invisibilità: la sindaca scompare, le assessore si smaterializzano, le richieste restano senza risposta, i problemi senza soluzione...
Facciamo vivere i nostri desideri e i nostri bisogni dandogli corpo e dignità, attraversando e ridisegnando la città, riappropriandoci di spazi abbandonati, sostituendo al calcolo finanziario l'inestimabile ricchezza delle relazioni e dei saperi differenti che produciamo quotidianamente.

Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera!
Martedi 23 gennaio ore 16
Tutte e tutti a Piazza del Campidoglio

Le donne in lotta non hanno da difendersi da un processo, ma hanno da ribellarsi contro una "giustizia" che continua la violenza sulle donne


Il 22 gennaio, vi sarà l'avvio del processo a L'Aquila contro 3 compagne, accusate di "diffamazione" dall'avvocato dello stupratore Tuccia.

L'Mfpr non riconosce questo processo a donne che hanno espresso concretamente la solidarietà attiva verso "Rosa" stuprata orribilmente e quasi assassinata dall'ex militare Tuccia. 

L'Mfpr utilizzerà il processo per ribadire la legittimità della lotta delle donne, rivendicando tutta la mobilitazione fatta.

Noi vogliamo che nessuno dimentichi l'orribile crimine perpetrato contro "Rosa"; esso ha colpito e colpisce tutte le donne
Noi vogliamo che nessuno faccia finta di non sapere dell'aumento di stupri e femminicidi, di questa strage di bassa intensità contro le donne, che il più delle volte non trovano giustizia ma, anzi, si ritrovano loro messe sotto accusa
Noi vogliamo ricordare che "Rosa" ha continuato ad essere violentata per tutto il processo. Invece di trovare
nelle aule di giustizia un clima sereno, dalla parte delle donne , è entrata nel girone infernale di un "processo per stupro"! Rosa, ma anche le donne nei presidi fuori e dentro il Tribunale, ha dovuto sentire e subire offese indegne, da parte di un avvocato che è andato ben oltre anche lo stesso diritto di difesa, facendo vivere a "Rosa" un'altra pesante violenza durante il processo
Noi rivendichiamo la piena legittimità della mobilitazione di solidarietà di tante donne, e intendiamo dare voce alla denuncia di questa seconda violenza che si perpetua oggi nel Tribunale. Non si può parlare della violenza sessuale verso le donne il 25 novembre da parte anche di rappresentanti Istituzionali, e poi trovarsi anche imputate per aver difeso i nostri diritti!
Oggi sono le donne che hanno reclamato un elementare 
diritto democratico (che si impedisse all'avvocato di Tuccia di intervenire nella Casa Internazionale delle Donna, infangando anche questo luogo) ad essere messe sotto processo; sono le tante, troppe donne offese, violentate, discriminate, oppresse, ma ribelli e sempre in lotta, ad essere "accusate" di diffamazione, perchè un "ometto" si è sentito "colpito nella sua dignità, professionalità"; quando ogni giorno le donne subiscono non una ma mille offese, fino agli attacchi alla loro vita. 
Volete cercare di zittirci, cancellare la solidarietà e la lotta delle donne... Non ci riuscirete!

Pensiamo che ben altro dovrebbe essere "condannato": quelle parole indegne che "continuano ad uccidere" la stessa vita delle donne; che uccidono, così, anche la giustizia.

Questo processo sarà una "pietra che ricadrà sui piedi" di chi l'ha sollevata.
Questo, come tanti altri processi, farà comprendere più chiaramente a tante donne cosa è questo Stato borghese, farà comprendere la necessità di rendere più forte la lotta delle donne, per affermare una reale giustizia per le donne, perchè tutta la vita e tutta la società devono cambiare!  
Non abbiamo nulla da cui difenderci!
Noi non dimentichiamo e continueremo a denunciare le atrocità commesse sul corpo di Rosa.
Noi continueremo a mettere sotto "processo" le complicità e coperture verso chi stupra e uccide le donne! 
Noi continueremo la lotta dando voce a tutte le donne!

MFPR