18/11/17

Verso il 25 novembre e la manifestazione nazionale a Roma... iniziative a Palermo

        Verso il 25 novembre e la manifestazione nazionale a Roma
        parliamone e organizziamoci 


Assemblea Mercoledì 22 Novembre 
dalle ore 15,30 in Via G, del Duca 4 
(pressi Cantieri Culturali) PALERMO


In tutta la settimana propaganda, per info sulla partenza: mfprpa@gmail.com - 3408429376

16/11/17

Ma quali "pari opportunità", vogliamo una nuova società!

 
Il potere di queste "signore" ci fa schifo!

No al G7 delle pari opportunità. No al decreto Minniti, grazie al quale molte di noi che sono state al G7 di Taormina nel maggio scorso, ora non possono più tornarvi a contestarlo.
Siamo figlie, ma anche madri delle lotte di piazza ed è con questa consapevolezza che scenderemo in piazza il 25 novembre!
Contro i responsabili della nostra condizione di doppio sfruttamento, oppressione e repressione, contro i Palazzi del potere, in cui siedono un piccolo pugno di donne borghesi che hanno conquistato la loro "pari opportunità" di potere economico e politico, sull'oppressione, sfruttamento, discriminazione della maggioranza delle donne.
Un G7 presieduto da un Elena Boschi che ha fatto carriera truffando e mandando in miseria tanta gente, è tutto dire, è il simbolo di quel potere che noi donne vogliamo rovesciare. 

VIA MINNITI E IL GOVERNO COMPLICE DELLE TORTURE, ASSASSINI, SCHIAVISMO DEI MIGRANTI IN LIBIA

Da Proletari comunisti
 
Le dichiarazioni di Minniti, in risposta alla condanna che l’Alto commissario dell'Onu per i diritti umani ha fatto martedì scorso definendo «disumana» la collaborazione tra Ue e Libia per fermare il flusso di migranti, se ce n'era bisogno, confermano in pieno la diretta responsabilità del governo Italiano nell'orribile condizione dei migranti in Libia.
Chi è peggiore, chi è più assassino? Chi materialmente tiene i migranti, uomini, donne, bambini ammassati nei lager, affamati, malati, chi materialmente tortura, stupra, chi vende all'asta i migranti in un moderno schiavismo? O chi sapendo bene tutto questo ("si sapeva - ha dichiarato tranquillamente Minniti - che la Libia non rispetta i diritti umani"), stringe accordi con la Libia, legittima i regimi macellai, le milizie assassine, le finanzia, le addestra; chi difende, contro ogni evidenza, la Guardia costiera libica responsabile della strage fatta il 6 novembre di decine e decine di migranti? Allo scopo, altrettanto violento e "disumano", di bloccare i flussi dei migranti, sapendo bene che per tanti di loro significa morte, di creare nell'area una situazione più favorevole per i profitti, macchiati di sangue, delle grandi multinazionali italiane, in primis l'Eni. 

Minniti, sostenuto da Renzi, non solo non vuole fare nessun passo indietro ma:
rivendica i rimpatri ("nel 2017 sono stati rintracciati in Italia 39.634 migranti irregolari, più 15% rispetto al 2016, ne sono stati allontanati (tra rimpatri e riammissioni nei paesi d’origine) 17.405 (più 15,4%); sono stati espulsi in 93 (più 40%)"), vale a dire rivendica di aver riportato in quei lager della morte, di aver consegnato ai carnefici, torturatori, schiavisti, quei fortunati che erano riusciti ad arrivare in Italia; non vuole eliminare il reato di clandestinità; punta a potenziare l'Agenzia Frontex; punta a costruire nuovi Hotspot per i rimpatri: «sono state già individuate altre 5 strutture» - ha affermato.
E per questa criminale politica si trovano e si spendono milioni (10 milioni alla Libia, 12 milioni al governo tunisino perchè anch'esso pattugli le zone costiere e le frontiere terrestri), risorse tolte anche dal bilancio delle spese sociali.

Le immagini terribili viste in questi giorni, insieme alle quotidiane violenze contro i migranti che avvengono qui in Italia, negli Hotspot, nei centri di accoglienza gestiti da criminali, speculatori (ultimo quello di Napoli, dove è stato ridotto in fin di vita un migrante) ma con tanto di autorizzazione da parte del Ministero degli Interni, chiama tutti i lavoratori, i giovani, le donne, i democratici veri ad elevare la lotta contro il nostro Stato, il nostro governo imperialista italiano.

MINNITI E IL GOVERNO COMPLICE DELLE TORTURE, ASSASSINI, SCHIAVISMO DEI MIGRANTI IN LIBIA, DEVONO ESSERE ROVESCIATI! Questa è la migliore solidarietà che possiamo dare ai nostri fratelli e sorelle migranti!

Verso la manifestazione del 25 novembre - ricordare il luminoso esempio delle donne combattenti dell'Ottobre

Nuovo opuscolo del MFPR - richiedi a mfprnaz@gmail.com

Le donne combattenti nei giorni della Grande Rivoluzione d'Ottobre

Alexandra Kollontaj | Zhensky Zhurnal (The Women's Journal), N. 11, Novembre, 1927, pp. 2-3 marxists.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Novembre 2017

Le donne che presero parte alla Grande Rivoluzione d'Ottobre - Chi furono?

Individualità isolate? No, erano padrone di loro stesse; decine, centinaia di migliaia di eroine senza nome che, marciando fianco a fianco degli operai e dei contadini dietro la Bandiera Rossa e gli slogan dei Soviet, hanno scavalcato le rovine della teocrazia zarista balzando in un nuovo futuro…

Se si guarda indietro al passato, le si può scorgere, queste masse di eroine senza nome che nell'Ottobre vivevano in città affamate, in villaggi impoveriti saccheggiati dalla guerra… Una sciarpa in testa (molto raramente, ancora, un fazzoletto rosso), una gonna usurata e una giacca invernale rattoppata… Vecchie e giovani, donne lavoratrici e mogli di soldati, contadine e casalinghe provenienti dai poveri della città. Più raramente, molto più raramente in quei giorni, impiegate e donne delle professioni, educate ed acculturate. Ma ci furono anche donne provenienti dall'intellighenzia tra quelle che portarono la Bandiera Rossa alla vittoria dell'Ottobre - maestre, impiegate, giovani studentesse di scuola superiore e di Università, donne medico. Hanno marciato allegramente, disinteressatamente, volontariamente. Sono andate ovunque siano state mandate. Al fronte? Hanno indossato un berretto da soldato e sono diventate combattenti nell'Armata Rossa. Se indossavano braccioli rossi, si affrettavano alle stazioni di pronto soccorso per aiutare il fronte rosso contro Kerensky a Gatchina. Hanno lavorato nelle comunicazioni dell'esercito. Lavoravano allegramente, certe nella convinzione che stava succedendo qualcosa di importante e che siamo tutti piccole ruote dentate dell'ingranaggio  della rivoluzione di classe.

Nei villaggi, le donne contadine (i loro mariti erano stati mandati al fronte) si impossessarono delle proprietà terriere e cacciarono l'aristocrazia dai nidi in cui si era posata per secoli.

Quando si ricordano gli eventi dell'Ottobre non si vedono i volti degli individui, ma le masse. Masse innumerabili, come ondate di umanità. Ma ovunque uno guardasse vedeva le donne - alle riunioni, ai raduni, alle dimostrazioni…

Non sono ancora sicure di quello che vogliono esattamente, di quello che stanno cercando, ma sanno una cosa: non sopporteranno più la guerra. Non vogliono nemmeno più i proprietari terrieri e i ricchi ... Nell'anno 1917, il grande oceano d'umanità si muove e ondeggia e gran parte di quel mare è costituito da donne ...

Un giorno, gli storici scriveranno sulle imprese di queste eroine senza nome della rivoluzione che morirono al fronte, furono fucilate dai Bianchi e che sopportarono le innumerevoli privazioni dei primi anni successivi alla Rivoluzione, ma che continuarono a portare la Bandiera Rossa del potere dei Soviet e del comunismo.

E' in queste eroine senza nome, quelle che morirono per ottenere una nuova vita per gli operai durante la Grande Rivoluzione d'Ottobre, nelle quali la giovane Repubblica si riconosce, come i suoi giovani, allegri ed entusiasti, fermi nel costruire le basi del socialismo.

Comunque, al di fuori di questo mare di teste femminili avvolte da sciarpe e cappelli invernali, inevitabilmente emergono le figure di quelle alle quali gli storici tributeranno particolare attenzione quando, a molti anni da oggi, scriveranno sulla Grande Rivoluzione d'Ottobre e del suo leader, Lenin.

La prima figura che emerse fu la fedele compagna di Lenin, Nadezhda Konstantinovna Krupskaya, che indossava il suo sobrio vestito grigio e impegnata sempre a restare sullo sfondo. Scivolava via inosservata alle riunioni, mettendosi dietro un pilastro, ma vedendo e sentendo e osservando tutto ciò che accadeva, in modo da poterne dare pieno conto a Vladimir Ilic, aggiungendovi i propri commenti e rendendo chiara ogni idea ragionevole, utile o adeguata.

In quei giorni Nadezhda Konstantinovna non parlava nelle numerose riunioni tempestose in cui la gente discuteva la grande questione: i Soviet prenderanno il potere o no? Ma lavorava instancabilmente come mano destra di Vladimir Ilyich, occasionalmente facendo il sunto, commentato, alle riunioni di partito. Nei momenti di grande difficoltà e pericolo, quando molti compagni più forti perdevano il cuore e cedevano al dubbio, Nadezhda Konstantinovna rimase sempre la stessa, totalmente convinta della giusta causa e della sua certa vittoria. Ha irradiato una fede incrollabile e questa solidità di spirito, nascosta dietro una rara modestia, ha sempre avuto un effetto confortante su tutti coloro che entrarono in contatto con la compagna del grande leader della Rivoluzione d'Ottobre.

Un'altra figura emerse - quella di un altra fedele compagna di Vladimir Ilyich, una compagna d'armi durante i difficili anni di lavoro sotterraneo, segretaria del Comitato centrale del Partito, Yelena Dmitriyevna Stassova. Pallida e di sopracciglio alto, di una rara precisione ed eccezionale capacità di lavoro, possedeva la rara abilità di "individuare" la persona giusta per un certo incarico. La sua figura alta e statuaria poteva essere scorta prima nel Soviet al palazzo di Tavrichesky, poi nella casa di Kshesinskaya e infine a Smolny. Nelle sue mani tiene un quaderno, mentre intorno a lei i suoi compagni giornalisti del fronte, i lavoratori, le guardie rosse, le donne lavoratrici, i membri del Partito e dei Soviet, cercano una risposta o un ordine rapido e chiaro.

Stassova si assumeva la responsabilità di molte cose importanti, ma se un compagno doveva affrontare il bisogno o il disagio in quei giorni tempestosi, ella si confrontava sempre, fornendo una risposta breve e apparentemente brusca e facendo lei stessa tutto quello che poteva. Era sopraffatta dal lavoro e sempre al suo posto. Sempre al suo posto, ma non spingendosi mai avanti alla prima fila per eccellere. Non gli piaceva essere al centro dell'attenzione. La sua preoccupazione non era per se stessa, ma per la causa.

Per la causa nobile e amata del comunismo, per la quale Yelena Stassova ha sofferto l'esilio e la prigionia nelle carceri zariste, rimanendo con la salute rovinata ... In nome della causa fungeva da supporto, duro come l'acciaio. Ma alle sofferenze dei suoi compagni mostrava una sensibilità e una reattività che si trovano solo in una donna con un caldo e nobile cuore.

Klavdia Nikolayeva era un'operaia di origini molto umili. Aveva aderito ai Bolscevichi già nel 1908, negli anni della reazione e aveva sopportato l'esilio e la prigionia ... Nel 1917 tornò a Leningrado e divenne il cuore della prima rivista per le donne lavoratrici, Kommunistka. Era ancora giovane, piena di fuoco e di impazienza. Ma teneva saldamente la bandiera e dichiarò con audacia che le operaie, le mogli dei soldati e le contadine dovevano essere ammesse nel Partito. Per lavorare, donne! Alla difesa dei Soviet e del Comunismo!

Parlava alle riunioni, ancora nervosa e incerta, ma attraeva gli altri nel seguirla. Era una di quelle che portavano sulle proprie spalle tutte le difficoltà necessarie per preparare la via all'ampio coinvolgimento delle donne nella rivoluzione, una di quelle che hanno combattuto su due fronti - per i sovietici e il comunismo e allo stesso tempo per l'emancipazione delle donne. I nomi di Klavdia Nikolayeva e Konkordia Samoilova, morte al loro posto di combattimento rivoluzionario nel 1921 (per colera), sono indissolubilmente legati ai primi e più difficili passi del movimento femminile, in particolare a

Contro l'attacco al diritto di sciopero - compreso lo sciopero delle donne. Far sentire forte e chiara la voce dei lavoratori e lavoratrici - una testimonianza

stralci 

Qui iure suo utitur neminen laedit: saggezza latina contro l’attacco al diritto di sciopero Maran style*



Sono una delegata del sindacato che lei  - Piefrancesco Maran Assessore al Territorio del Comune di Milano - non nomina: la USB. Uno dei tre sindacati che hanno proclamato lo sciopero del 10 novembre su cui lei, non pago della dichiarazione sullo sciopero delle donne, ha ritenuto di intervenire pubblicamente.
Gli scioperi sono il suo pallino. Ricordo perfettamente che all’indomani dello sciopero contro la violenza lotto marzo lei si scattò una bella foto con la metro vuota ma funzionante e definì lo “sciopero finto ” e “la piattaforma di rivendicazione risibile e che squalifica il sindacato che l’ha proposta”.  E giù appelli al senso di responsabilità. Una piattaforma di 8 punti con cui centinaia di donne riunite in assemblee intrecciarono le rivendicazioni venne definita “risibile”con buona pace della democrazia partecipativa e di chi lotta contro la violenza cogliendone il dato strutturale, economico, culturale e istituzionale. Risibile, dunque, la
discriminazione di genere, il gap salariale, la molestia nei luoghi di lavoro, la chiusura dei centri antiviolenza, la mancanza di reddito, la formazione degli operatori sociali, sanitari e del diritto per citare solo alcuni dei punti della piattaforma.
Tornando all’oggi: tecnicamente trovo inquietante che un uomo appartenente alle Istituzioni non conosca  o ometta la differenza tra sciopero generale e sciopero dei trasporti, che non abbia idea delle realtà ( tre non una) che hanno proclamato lo sciopero del 10, che partecipi alla narrazione checcozaloniana del venerdì.  Per non dire che altre sigle del sindacalismo di base avevano a loro volta proclamato sciopero generale in questo autunno.
Queste sue, diciamo, così, inesattezze e prospettive espressive hanno fatto un altro pezzetto di lavaggio del cervello. Tecnica del sospetto. Divide et impera per contrapposizione.

La differenza tecnica tra sciopero generale e sciopero dei trasporti. Il nostro era uno sciopero generale, non solo dei trasporti. Lei come i media mainstream avete fornito una narrazione deviata  dello sciopero: una boicottatina qua e là non fa male e il venerdi nero delle fanfare mediatiche  non si nega a nessuno.
La sua omissione descrittiva oltre a contribuire alla disinformazione di massa ha invisibilizzato non solo le lotte sul lavoro, ma le stesse condizioni materiali di migliaia di persone. Lo sciopero metteva insieme lavoratori garantiti- lavoratori precari, lavoratori pubblici e privati, nuove generazioni e pensionati, migranti con nativi: ricuciva la frammentazione del mercato del lavoro nelle sue premesse e nelle sue analisi d’insieme. La piattaforma ricomprendeva anche la richiesta di  ritiro di leggi come il Jobs Act, Riforma Fornero, legge 107, alternanza scuola lavoro, Leggi gemelle Minniti. Denunciava il taglio dello Stato Sociale, le privatizzazioni in cui la Lombardia fa da apripista persino in un settore come la Sanità, la dismissione di aziende strategiche e la demolizione dello Stato Sociale, il sistema di sfruttamento delle cooperative. Esprimeva il rifiuto dell’odio sociale-razziale come strumento normalizzante del divide et impera.
Uno sciopero generale per uscire dall’Ottocento dei diritti che il suo partito ha creato con le sue leggi antisociali, per rigettare al mittente ogni forma di guerra tra poveri che il suo partito ha trasformato con le leggi Minniti in guerra ai poveri e alle marginalità sociali.
Ecco, lei ha ricalcato il meccanismo della contrapposizione tra categorie, nello specifico tra  persone, cittadine e scioperanti, quel meccanismo di lavaggio del cervello per il quale l’esercizio del  diritto di qualcuno è il freno al diritto di qualcun altro, in una fisica dei vasi comunicanti al ribasso. D’altronde è molto semplice il gioco :si costruisce l’arma di distrazione di massa che porterà a far si che il penultimo se la prenda con l’ultimo della catena sociale evitando cosi di far individuare nei soggetti politici ed economici, nazionali e internazionali, i veri  responsabili delle condizioni materiali di milioni di persone e facendo vedere come l’altro da sé che alza la testa come l’egoista che scippa talora un pezzo di tempo, di futuro,  di lavoro, di casa, di asilo et cetera.
E poi, chi le dice che nel momento stesso in cui un lavoratore, una lavoratrice dei trasporti sciopera, non lo stia facendo solo per il proprio interesse ma magari anche per la sicurezza di altre persone “disagiate”? Turni, pedali, luci, linee guida, età avanzata: non sono forse  fattori di rischio che riguardano le cittadine e i cittadini?
E invece no, si crea la contrapposizione ad arte e la tutela del disagio altrui diventa il pretesto paternalista per la museruola allo sciopero, già disciplinato in maniera stringente nei servizi pubblici essenziali.
Poi con la sfera di cristallo prosegue “le adesioni agli scioperi di questa sigla sono sempre basse, avendo scarsa rappresentatività in Atm”. ATM che era pronta per lo spezzatino, intende?

A Milano, verso il 25 novembre



NON UNA DI MENO MA TANTE DI PIÙ: INVITO A PARTECIPARE

Con questo slogan all’indomani dello sciopero delle donne dell’8 marzo scorso abbiamo sintetizzato la necessità di costruire un percorso che veda protagoniste le operaie, lavoratrici nella lotta contro la doppia, tripla oppressione che le proletarie, le immigrate subiscono in questa società.
“Andare a Roma a manifestare contro la violenza di questo sistema su noi donne”, così ha detto una mamma in lotta per la difesa dei diritti dei disabili ad una vita dignitosa. Il diritto allo studio, in primis.
Le compagne del movimento femminista proletario rivoluzionario di Milano promuovono un’assemblea per organizzare la partecipazione alla manifestazione di Roma del 25 novembre e oltre.

L’assemblea si terrà

SABATO 18 NOVEMBRE
ORE 16
C/O COA TRANSITI
VIA TRANSITI 28
MM1 Pasteur

Si prepara a Taranto la mobilitazione delle donne proletarie del 25 novembre