28/04/17

FCA Pomigliano - L'8 marzo finisce in Tribunale.

Solidarietà dalle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe

DENUNCIATA L’AZIENDA PER REPRESSIONE DI GENERE ED ANTISINDACALE NEI CONFRONTI DI DUE OPERAIE

La denuncia, con ricorso alla procedura d’urgenza è stata presentata stamattina, alla Sezione Lavoro del Tribunale di Nola. La vicenda è relativa alle tre ore di sciopero indette lo scorso 8 marzo dallo Slai cobas al reparto-confino WCL distaccato a Nola dalla FCA di Pomigliano d’Arco ed alla partecipazione delle operaie all’assemblea pubblica contestualmente organizzata dal Comitato Mogli Operai a Pomigliano in occasione della ricorrenza internazionale della donna. È evidente che i contenuti dell’ iniziativa dello scorso 8 marzo hanno “intensamente turbato” la Fiat/FCA di Pomigliano per la diffusione di un inequivocabile messaggio pubblico diramato dalle operaie tramite una  vignetta autoprodotta e diffusa sul territorio in migliaia di copie con manifesti, locandine e volantini: un deciso ‘calcione’ a Trump e Marchionne perché quando si abbassa la democrazia nei luoghi di lavoro si abbassano anche i diritti sociali e quelli civili! (info su www.comitatomoglioperai.it ).
I
nfatti, dopo appena 5 giorni dall’8 marzo, il lunedì successivo,  i responsabili aziendali del WCL di Nola modificavano inopinatamente e con evidente intento repressivo il calendario lavorativo di Antonietta Abbate e Carmela Castiello (entrambe operaie Fiat/FCA con 27 anni di anzianità, iscritte a Slai cobas ed aderenti al Comitato Mogli Operai di Pomigliano) esponendole a seri problemi relativi allo spostamento casa-lavoro e familiari in conseguenza della inesistenza di qualsiasi servizio di trasporto pubblico o aziendale  servente l’unità produttiva di Nola e quindi tra la residenza delle lavoratrici ed il posto di lavoro...

 Slai cobas - coordinamento provinciale di Napoli - Pomigliano d’Arco, 27 aprile 2017


Dalle lavoratrici a Roma: 'la salute non è una merce'!


Torino la lotta delle lavoratrici Dussmann

Sciopero alla Dussmann: la lotta paga ma la strada è ancora lunga

vedi video della protesta delle lavoratrici contro le direzioni sindacali su infoaut

A seguito delle giornate di mobilitazione di fine marzo  le addette delle pulizie degli ospedali torinesi impiegate dalla multinazionale tedesca Dussmann hanno continuato ad alimentare la loro lotta, rimanendo per quasi un mese in presidio permanente davanti alle Molinette.
Nel corso di questo tempo, grazie alla loro determinazione, sono riuscite a fare riaprire i tavoli di trattativa tra Dirigenza sanitaria e Azienda, oltre a costringere anche la Regione a prendersi la sua parte di responsabilità nella vicenda.
Mercoledì scorso si è infatti svolto un incontro fra Regione, Dirigenza Sanitaria, responsabili dell'Azienda e Sindacati , in cui è stata discussa la situazione delle dipendenti. Contemporaneamente, le lavoratrici hanno portato avanti per tutto il giorno sotto la sede di Piazza Castello un nutrito e rumoroso presidio, rimanendo ad aspettare con ansia l'esito delle trattative fino alla sera.
 
sciopero 1 e1490875741148
Il risultato dell'incontro, da cui, precisiamo, non si è usciti con nessun documento firmato e sottoscritto, ha portato ad una riduzione del taglio previsto sulle ore, che si aggirava tra il 33 e il 40%, all' 11% e alla cancellazione delle richieste di trasferimento che la Dussmann aveva fatto recapitare ad alcune lavoratrici nelle scorse settimane.
La lotta delle lavoratrici è quindi riuscita ad ottenere dei risultati significativi, anche se questi rimangono parziali.
Al di là della cronaca vertenziale, ci sembra dunque che valga la pena riportare alcune considerazioni, emerse nelle ultime settimane dalla partecipazione alla mobilitazione delle lavoratrici delle pulizie
degli ospedali.
Il taglio delle ore (e quindi dello stipendio!), per quanto sia stato ridotto, resta un problema soprattutto per chi, come tante lavoratrici degli ospedali Sant'Anna e Regina, partiva già da un turno di quattro ore giornaliere e si ritrova adesso a lavorarne tre e mezzo. Questo infatti significa non percepire più né assegni familiari né quei miseri 80 euro di Renzi, che – su uno stipendio di poche centinaia di euro – fanno davvero la differenza.   
Rispetto agli straordinari inoltre, quelli svolti andranno a finire in banca ore e non verranno retribuiti nelle buste paga fino a che non verranno accumulate abbastanza ore di lavoro (pagate peraltro come
ore di lavoro normali).
C’è poi la vigliaccata di fine fine vertenza. Il giorno dopo gli accordi sindacali, mentre La Stampa e Repubblica incensavano “le doti di gande mediatore” del presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino, a diverse lavoratrici è stato mandata dalla Dussmann una lettera di sospensione di tre giorni per avere partecipato agli scioperi e alle mobilitazioni delle ultime settimane.
Ci sembra che questo atteggiamento non riveli altro che la necessità dell'azienda di voler da subito ristabilire la disciplina all'interno degli ospedali, nel caso in cui le lavoratrici, che hanno potuto toccare con mano i risultati portati dalla lotta, non volessero fermare le loro rivendicazioni al solo bloccare i tagli.
I problemi che le lavoratrici devono affrontare sono infatti ancora molti. Da una parte ci sono le preoccupazioni legate alla vita quotidiana e all'arrivare alla fine del mese. Molte tra di loro sono infatti donne che vivono solo di questo stipendio o che per sbarcare il lunario si ritrovano a fare piccoli lavori saltuari dall'ospedale. Tante di loro, inoltre, hanno figli a carico e intere famiglie da mantenere. Dall'altra rimangono le difficoltà legate al lavoro in ospedale: richieste di disinfettare le camere di pazienti infetti senza avere la formazione adeguata per farlo, mancanza di personale e di materiale per le pulizie.  
In questo quadro è importante rilevare anche l'atteggiamento che i sindacati confederali hanno avuto nel rapportarsi alle lavoratrici e alla loro mobilitazione. Le sigle di CGIL, CISL e UIL e i loro delegati presenti all'interno dell'ospedale hanno infatti dimostrato in più di un'occasione di voler arrivare al più presto ad una conciliazione con l'Azienda, preoccupati più del mantenere la situazione distesa che nel cercare di mantenere unite le lavoratrici.
Nel caso degli accordi stipulati con Regione, Azienda e Dirigenza Sanitaria sembra infatti abbiano preferito trovare una soluzione che cercasse di riportare la calma dentro all'ospedale delle Molinette, il presidio più grande e con più lavoratrici delle pulizie al proprio interno, divenuto simbolo della mobilitazione, piuttosto che preoccuparsi anche della situazione delle diverse lavoratrici appartenenti alle altre ASL e presidi ospedalieri cittadini.
Inoltre, l'atteggiamento dei confederali è stato decisamente quello di chi non vuole che intorno alla vertenza si crei una rete di solidarietà e appoggio da parte di medici e pazienti. Utilizzando la scusa e la strategia per cui una vertenza che rimane esclusivamente settoriale ha migliori probabilità di ottenere dei risultati (!!), hanno infatti costantemente cercato di allontanare – in collaborazione con la questura e la polizia politica Digos – chi dall'esterno avrebbe potuto mettere in discussione il loro operato (abbiamo persino assistito all’identificazione preventiva di un medico dell’ospedale venuto a portare la sua solidarietà).

Nella costante preoccupazione di perdere qualche tessera, i sindacati hanno cercato di gestire tutti i tavoli di trattativa riducendo al minimo i momenti di confronto e anche la partecipazione delle lavoratrici in alcuni casi, arrivando perfino a escludere alcune rsa dagli incontri. Sono così riusciti a mantenere un ruolo di primo piano nella mobilitazione e a legare a loro, attraverso un rapporto di dipendenza, le lavoratrici, uniche e reali protagoniste della propria lotta.
Altro elemento che ci sembra interessante mettere in luce è quello del funzionamento delle gare d'appalto e delle vincite al ribasso.
Proprio per uscire dalla logica della lotta di settore, è bene notare come i meccanismi che stanno dietro agli appalti delle pulizie degli ospedali siano pressoché identici a tutte le altre gestioni di cooperative con contratti multiservizi (e, ahinoi, sono anche gli stessi i dirigenti sindacali che se ne occupano).
Questo ci dà la cifra dei punti in comune e della continuità che ritroviamo nella diverse giunte comunali e regionali che si sono avvicendate nell'ultimo hanno a Torino. Malgrado in queste ore la giunta Chiamparino è stat dipinta come l'amministrazione in grado di risolvere le tensioni e i conflitti derivati dai tagli alla sanità attraverso un accordo che ne va a ridurre la portata, sembra che i giornali cittadini stiano dimenticando che è proprio la Regione la prima responsabile dell'andamento delle gare d'appalto degli ospedali torinesi.
Inoltre, se ora il PD prova a cavalcare l'onda della giusta rabbia di tanti lavoratrici e lavoratori dell'ambito della sanità come, in modo ancora più evidente, in quello della cultura, è fondamentale essere in grado di svelare le loro ventennali responsabilità. Continuare a tagliare sui servizi significa non solo colpire i lavoratori e le lavoratrici del settore, ma anche tutti gli utenti che se ne servono; allargando il fronte della controparte, diamo quindi una nuova possibilità di incontrarsi e di intersecarsi alle lotte.

27/04/17

DA MFPR BREVE NOTA SULL'ASSEMBLEA NAZIONALE DI NON UNADIMENO - SEGUIRANNO REPORT E AGGIORNAMENTI

Valutiamo positiva la tenuta della partecipazione e la rappresentatività nell'assemblea nazionale.
Valutiamo molto positivamente la valorizzazione dello sciopero delle donne, soprattutto da parte di realtà di lavoratrici, compagne impegnate che lo hanno realizzato veramente. (Per noi, poi, che dal 2013 lavoriamo e abbiamo cominciato a fare lo sciopero delle donne, è stato emozionante vedere come oggi tante ne parlano).
Condividiamo una parte (non maggioritaria) degli interventi (di cui cercheremo di dare informazione successivamente).
Condividiamo una parte delle decisioni assunte a Roma, e soprattutto:
la mobilitazione per il 28 settembre (data internazionale) su aborto e salute riproduttiva
la mobilitazione per il 25 novembre (con possibile nuovo sciopero delle donne - ma per noi da verificare)
la mobilitazione contro i decreti Minniti
La necessità di mettere all'odg la lotta contro la repressione delle lotte, delle lavoratrici che hanno fatto lo sciopero delle donne
Una nuova assemblea nazionale a Napoli a metà settembre
Mobilitazione contro la guerra a Cagliari in estate

Mentre pensiamo che sia negativo non aver posto nelle decisioni la questione della mobilitazione contro il G7 e non aver dato il dovuto rilievo alla lotta contro la guerra imperialista, con il nodo della questione migranti.  
Come avevamo detto prima, nell'assemblea sono emerse (e a volte si sono anche scontrate chiaramente) fondamentalmente due posizioni, due concezioni, due linee, due pratiche organizzative e di azione futura.

Da un lato vi è un femminismo borghese, rappresentato soprattutto dalle organizzatrici nazionali di NUDM, che concepisce gli obiettivi, il piano femminista essenzialmente come trattativa e interlocuzione con il governo, il dipartimento Pari Opportunità, e a questo rende compatibili prassi e anche contenuti, obiettivi dello stesso piano; un femminismo che ha espresso la sua natura opportunista anche nella gestione preconfezionata (con schemi e recinti a cui doversi attenere) e sotto controllo dell'assemblea (per queste organizzatrici era anche vietato mettere striscioni e cartelli).
Dall'altro vi è un femminismo radicale, proletario (purtroppo ancora di minoranza in questo movimento, ma di certa e chiara maggioranza nelle lotte quotidiane, sui territori) che, invece, vede la piattaforma dello sciopero delle donne come frutto della lotta delle donne, essenzialmente quelle più sfruttate e oppresse, una piattaforma che deve vivere con le lotte, nella contrapposizione con padroni, governo, Stato; che vuole lavorare per questo per l'estensione dell'organizzazione e dello sciopero delle donne, che propone mobilitazioni e scadenze legate ai bisogni della maggioranza delle donne (e non decise a tavolino), propone materiali, formazione-inchieste- reti orizzontali per rafforzare l'unità delle realtà).

L'Mfpr è dentro e lavora per rafforzare questo femminismo di sinistra, radicale e combattivo.

MFPR
27.4.17


26/04/17

La doppia violenza versi le migranti dello Stato italiano

 
Migranti, le domande della vergogna: "Ti hanno stuprata? E perché sei fuggita in Italia?"

DI ANTONELLO MANGANO 
«Sei stata violentata? Perché hai cambiato paese e non quartiere?». M. è una donna eritrea. Sta raccontando la sua storia alla commissione territoriale, una di quelle che decidono quali migranti possono restare in Italia e quali no. Ha studiato ad Addis Abeba, dove voleva fare il meccanico. «In quel paese si può fare un lavoro da uomo», spiega. Nel 2010 sposa un etiope col matrimonio tradizionale. Ma tradizionale è pure la famiglia di lui, che la rifiuta. Per gli etiopi è e sarà sempre una spia eritrea. Non può proseguire gli studi né lavorare e così decide di partire e raggiungere la sorella in Sudan. Da sola. Ed è proprio a Khartum che il cognato la violenta: «Se avessi parlato mi avrebbe ucciso», dice. Ha paura di rivolgersi alla polizia e scappa in Libia.
Qui iniziano i dubbi del suo intervistatore. Perché ha lasciato il Sudan? Khartum è molto grande. Poteva semplicemente cambiare quartiere. Perché ha deciso di cambiare nazione?
Le linee guida Unhcr consigliano un tono rassicurante e domande pertinenti. Invece l’audizione per M. diventa un interrogatorio. «Non riesco a capire, perché ha lasciato suo marito dopo pochi mesi di matrimonio? Perché non si è sposata ufficialmente prendendo la cittadinanza etiope? Perché non conosce i motivi dell’arresto di sua madre? In Etiopia la consideravano una spia? E quindi che problema c’era?».
La stupreranno anche il padrone di casa dove lavora come domestica e i trafficanti. Il tono dell’intervista però non cambia: «Perché non è rimasta in Libia?». M. arriva
finalmente ad Agrigento nel 2013. Un anno dopo la commissione non la riconosce come rifugiata. Consiglia solo di «fare visite mediche». Ci vorranno due anni perché il tribunale ribalti la decisione.
Si tratta di un caso isolato? Non proprio. Siamo entrati nel mondo chiuso - e finora inesplorato - delle commissioni che decidono sulle domande di asilo. Abbiamo letto centinaia di pagine di documenti ufficiali. È venuta fuori una lotteria: domande da telequiz, errori di copia-incolla, una vera e propria inquisizione.

Le donne nigeriane sono spesso vittime di tratta. Le aspettano interrogazioni del tipo: «Anche oggi sono morte cento persone nel Canale di Sicilia, l’altra opzione era fare la prostituta in Libia. Capisce che non ha molto senso che sia venuta in Italia solo perché glielo ha consigliato un uomo che conosceva da due mesi?». Quelle del Corno d’Africa scappano da dittatori e guerre endemiche. Subiscono numerose violenze di ogni tipo prima di arrivare in Europa.
Una donna ha visto una collega uccisa dai terroristi nello spiazzo di un supermarket. In commissione le chiedono: perché è venuta in Italia? «Non esistono posti sicuri in Somalia?». I profughi dell’Africa occidentale si lasciano alle spalle epidemie e conflitti inter-etnici. Per loro la diffidenza è fortissima. C’è chi si sente dire: «Puoi ritornare al tuo paese, temi solo l’Ebola». Oppure: se tua moglie vive ancora lì, allora il tuo paese è sicuro.

F. ha visto il fratello morire sotto i colpi dei ribelli in Mali. Fuggito dal colpo di Stato, ha superato nell’ordine i militari a caccia di disertori, il deserto algerino, il mare che lo separava dall’Europa. È un sopravvissuto. Ma non aveva previsto l’ultimo ostacolo, i quiz della commissione. «Come si chiama lo stadio di Goa?», «Non lo so». «E il ponte sul fiume», «Non lo so». «E il fiume?», «Niger».
Il commissario si fida sempre meno. «Quali sono i nomi dei paesi che ha incontrato per andare in Algeria?», «Non so, erano località piccolissime». Arriva il diniego, soltanto «i positivi segnali di integrazione» lo salvano dall’espulsione e gli consegnano un permesso temporaneo...

Le domande si basano spesso sulla credibilità del soggetto intervistato. La Convenzione di Ginevra parla invece dell’oggetto, cioè il fondato timore di subire una persecuzione in patria. Da poco si sta imponendo un nuovo criterio, quello dei «positivi segnali di integrazione». Un concetto non definito dal diritto e spesso arbitrario.
Prendiamo il caso di G., che si salva dall’espulsione per un paio di parole in italiano. In un’ora spiega che il padre faceva politica in Costa d’Avorio, nel paese devastato dalla guerra; che è stato ucciso dai sostenitori dell’ex presidente; che tornare lì significa rischiare la vita perché ci sono aree in conflitto di cui non si parla.
La commissione non gli crede. Citando qualche sito web, dice che la guerra è finita. Il destino sembra segnato. Tra lui e l’espulsione c’è solo un’ultima domanda. Frequenta corsi? Questa volta non risponde nel dialetto bambara, ma in italiano. È la sua salvezza. Tutto il resto viene rigettato, ma i «positivi segnali d’integrazione» gli valgono un permesso umanitario.
L’integrazione è un criterio soggettivo, ma piace sempre più sia ai tribunali che alle commissioni. J., per esempio, pur scappando dalla guerra ucraina vive in una bella casa («un appartamento idoneo») e la madre ormai parla italiano. Ha anche fatto politica nel suo paese rischiando la pelle, ma questo non è preso in considerazione.

25/04/17

25 aprile, Brindisi è partigiana e alla polizia non va giù


Città tappezzata di manifesti inneggianti ai partigiani: rilievi della polizia
La denominazione di alcune vie è stata idealmente cambiata con dei fogli affissi sotto le targhe per la toponomastica. La polizia Scientifica ha fotografato anche alcune locandine riguardanti un evento che si svolgerà l'uno maggio

BRINDISI – Manifesti inneggianti ai partigiani sono apparsi stamani nel centro storico di Brindisi, in occasione delle celebrazioni della Festa della Liberazione. La denominazione di alcune vie è stata idealmente cambiata con dei fogli affissi sotto le targhe per la toponomastica. E così via Duomo diventa “via Teresa Noce (1900-1980), partigiana politica e antifascista italiana”, mentre via Gianbattista Casimiro diventa “via Lina Merlin” (1887-1979), partigiana, politica, insegnante”.
Le vie che si diramano da palazzo di Città sono state inoltre tappezzate di locandine riguardanti un evento “per ricordare i partigiani e il popolo che in armi scacciarono la canaglia nazifascista, liberano l’Italia dalla infame dittatura” che si svolgerà il prossimo 1 maggio, giorno della festa dei lavoratori, presso la “Saletta Agorà” di via San Benedetto, a Brindisi.
Il personale della polizia Scientifica di Brindisi ha fotografato e acquisito i manifesti. Tutto questo mentre in piazza Santa Teresa iniziava le cerimonia istituzionale del giorno della Liberazione...

"UNA MATTINA MI SON SVEGLIATA..."

Un importante opuscolo del MFPR di documentazione, ricerca sulle donne nella Resistenza antifascista.
 
Richiedetelo a: mfpr.naz@gmail.com